Cavallo e i suoi

«L’hai già spaccato l’uovo?» mi chiede Raimondo verso le undici del mattino, quando le vie del Balon cominciano a riempirsi. «Sì, ho venduto una copia poco fa» rispondo.
Raimondo sorride con il sigaro spento all’angolo della bocca. È somalo, ma è cresciuto qui a Porta Palazzo. Ha fatto le elementari e le medie con Roberto Cavallo, il proprietario del negozio di abiti usati di via Mameli, e lavora con lui da una vita. Io vengo qui ogni sabato per vendere il mio romanzo. Ho messo il banchetto proprio di fronte al negozio e loro, Cavallo e i suoi, mi hanno adottata.

Cavallo era mio amico su Facebook, ma non ci conoscevamo di persona. Un sabato ero passata di qua e mi ero presentata: «Vorrei mettere un tavolino per vendere i miei libri, come posso fare?». Lui aveva chiamato Marcella, la moglie: «Accompagna questa scrittrice all’Associazione commercianti». Ottenere un posto era stato più facile di quanto avessi immaginato.

Il Balon è il mercato delle pulci di Torino. Qui si vende di tutto, dai pezzi d’antiquariato al ciarpame recuperato nella spazzatura. Per le strade si incontrano persone di ogni parte del mondo: cinesi, pachistani, marocchini, egiziani. C’è una confusione che mette allegria, soprattutto nelle giornate di sole. Se piove Cavallo apre gli ombrelloni. La sua merce è esposta all’aperto, su lunghi appendiabiti di metallo che a fine giornata vengono stipati nel piccolo negozio. Dopo che tutto è stato ritirato non c’è più spazio neppure per uno spillo.

Alto e imponente, Cavallo assomiglia a Gérard Depardieu. Si aggira fra i banchi indossando una pelliccia sintetica da donna o un soprabito di raso da becchino e getta manciate di sale in terra per propiziare le vendite. Ogni tanto ferma un passante e gli ordina di comprare il mio libro. «È bellissimo» dice, e io so che l’ha letto davvero. Conosce i nomi di tutti i personaggi. «Come scrittrice sei brava, ma a vendere non sei granché» mi fa abbassando la voce. E aggiunge che, per avere successo, dovrei scrivere un romanzo intitolato Trecento colpi di minchia. Marcella indica la facciata del negozio con i giubbotti e i pantaloni appesi alle grate delle finestre: «Io ho fatto Cinquanta sfumature di jeans».

Quando è stanco Cavallo si siede accanto a me su una sedia pieghevole e mi racconta di quando aveva diciotto anni e abitava in questo quartiere con Raimondo. Non avevano soldi neppure per mangiare. «Pasta o riso?» era la domanda che si facevano l’un l’altro al momento di cucinare. Non c’era altro. Poi Cavallo era entrato con un amico nel giro dell’abbigliamento usato. Andavano a comprare container di vestiti fino in Guatemala e li rivendevano da Cavallo Pazzo, il negozio che avevano aperto in via Urbano Rattazzi. Me lo ricordo come un posto molto figo che a me, ragazza di provincia, metteva soggezione.

Cavallo racconta che negli anni Settanta Raimondo era uno dei pochi africani a Torino. Se spariva un’autoradio e i passanti accusavano un nero, la polizia andava a cercare lui.
«E tu sei mai stata in prigione?» mi chiede di punto in bianco.
Scoppio a ridere: una domanda così non me l’aveva mai fatta nessuno. E nessuno mi aveva mai mostrato una pistola da duello ottocentesca come quella che Cavallo porta nel taschino. E non avevo mai ascoltato un somalo che parla italiano con il tipico accento di Porta Palazzo, un misto di tutti i dialetti del Sud.

Tra una storia e l’altra le ore volano qui al Balon. Non è che si venda molto, ma io ci vengo per la compagnia.

 

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Condividere è la parola d’ordine

freelance-day«Ti aspetto nell’atrio» mi aveva detto Laura al telefono. Ed eccola là, con una mela in mano, fra i divani bianchi e arancioni di Toolbox, un’ex fonderia trasformata in uno spazio per il coworking.

Questa fabbrica recuperata dietro il cavalcavia di corso Dante a Torino non è soltanto una bella struttura che offre postazioni di lavoro in affitto, ma è anche un luogo di condivisione di esperienze e di idee. Oggi per esempio c’è il Freelance Day, un evento a cadenza annuale rivolto a tutti i professionisti che lavorano o vogliono lavorare in proprio. La giornata è scandita da interventi su argomenti che spaziano dalla scelta del regime fiscale all’ideazione di un sito web. Contenuti di alto livello offerti gratuitamente.

Mi guardo intorno: i partecipanti parlano fra loro a coppie o a gruppi nella pausa fra un seminario e l’altro. C’è un piacevole clima di accoglienza e di scambio, mi pento di non essere venuta prima. Sono le quattro del pomeriggio e io sono arrivata solo adesso, praticamente a fine giornata.
«Non importa» dice Laura. «Ci sono ancora diversi appuntamenti interessanti».

Guardiamo il programma appeso sulle grandi vetrate che danno sulla strada e decidiamo di andare a sentire L’ABC del sito perfetto per freelance di Francesca Marano. La sala conferenze è piena, il linguaggio è semplice e diretto, le slide chiare ed efficaci. Mezz’ora è sufficiente per comunicare i concetti chiave, per esempio il fatto che il sito deve includere un blog in grado di offrire qualcosa di utile o interessante per il lettore.

Poi c’è il seminario per imparare a usare WordPress, il software che consente di creare e gestire un blog. Gli esperti, tutti fra i trentacinque e i quarant’anni, spiegano passo passo come si procede, soffermandosi per chiarire dubbi e agevolare la comprensione. La loro generosità è sorprendente. Condividono ciò che sanno con competenza e buon umore.

Laura ha fatto lo stesso con me mesi fa. Mi ha aiutata a mettere su il mio blog, fornendomi gli strumenti essenziali per iniziare. E oggi mi ha invitata qui. Io ho sempre pensato che il freelance fosse condannato alla solitudine, e invece scopro che può fare rete, condividere, chiedere e offrire aiuto. Certo, di questi tempi la vera sfida per tutti è portare a casa la pagnotta, ma è bello avere un’occasione per confrontarsi.
Scopro che quelli del gruppo WordPress, una sessantina di persone, si trovano una volta al mese qui al Toolbox. Il prossimo incontro è il 10 novembre. Per iscriversi basta cercare il gruppo WordPress Torino sulla piattaforma Meetup. La prossima volta ci verrò anch’io.

Sul tram che ci riporta in centro facciamo amicizia con Anna, una fotografa di 23 anni che è venuta da Taranto apposta per partecipare agli eventi di questa giornata. Le chiedo dove ha dormito.
«In un bed & breakfast» risponde.
«La prossima volta scrivimi. Se la mia coinquilina è d’accordo ti ospitiamo noi» dico, lasciandole il mio contatto Facebook.
Se la parola d’ordine è condividere, è meglio cominciare subito. Magari non ce la faremo a sopravvivere, ma almeno potremo dire di aver conosciuto un sacco di persone meravigliose. E ne sarà sicuramente valsa la pena.