Terrazze d’alta quota

Fa molto freddo alle tre del mattino mentre ci avviciniamo ai cinquemila metri. Con la giacca a vento e due maglioni addosso, tremo sul sedile del minibus. L’autista mi dà una coperta che odora di foglie di coca. Mi ci avvolgo e tento di dormire un po’. Guardare fuori è inutile, è buio pesto.
Da Arequipa, nel sud del Perù, saliamo verso la valle del Colca, una zona di canyon e vulcani famosa per la sua aspra bellezza. I miei compagni di viaggio si fermano fino a domani per un trekking, io faccio il giro in giornata. Quando la luce dell’alba comincia a rischiarare le vette, restiamo a bocca aperta davanti allo spettacolo delle montagne. Due ore dopo, al sole, fa talmente caldo che si sta in maniche corte. Continua a leggere

Sull’orlo del precipizio

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«Sta piovendo» penso nel dormiveglia. E poi, subito dopo: «No, non è possibile. Non è stagione». Mi alzo e apro la porta che dà sul patio: diluvia. E io proprio stamattina devo partire per Machu Picchu. Il minibus dovrebbe passare a prendermi alle sette. Aspetto con lo zaino pronto e la giacca a vento addosso nell’atrio dell’ostello. Sono quasi le otto quando l’autista, trafelato, si affaccia al portone e grida il mio nome.

Cuzco è nel caos per la pioggia. Fa freddo, il cielo è grigio e sulle montagne più alte c’è un velo di neve. Partiamo con un’ora e mezza di ritardo. Abbiamo davanti sei ore di strada, più due ore a piedi fino a Aguas Calientes, il villaggio da cui parte il sentiero per Machu Picchu. Continua a leggere

Star male in viaggio

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Distesa sulla spiaggia dell’Isla del Sol guardo con invidia gli escursionisti che si incamminano sul sentiero che fa il giro dell’isola. In cinque ore la si visita tutta. Deve essere bellissima, con le sue rovine inca e i panorami sul lago Titicaca. Sono venuta fin qui apposta (sedici ore di viaggio da Sucre), ma in questi due giorni non mi sono mai alzata dal letto. Sono stata malissimo: febbre alta, vomito, diarrea. Devo aver mangiato qualcosa che mi ha fatto male. I miei sospetti si concentrano su un panino comprato a Sucre in un bar costoso, non sulle bancarelle di strada dove mangio di solito. Lo sto pagando carissimo, quel panino. I sintomi non accennano a migliorare. E qui sull’isola non ci sono né medici né farmacie. Stordita dalla debolezza, aspetto la barca per Copacabana, la cittadina sulla terraferma dove ci sono più servizi. Continua a leggere

La magia di Purmamarca

Avevo sentito dire che Purmamarca è bella, ma non mi aspettavo che fosse così bella. Mentre l’autobus si avvicina al paese mi sfugge un urlo di meraviglia. Sui due lati della strada si ergono formazioni rocciose color ocra e ruggine, corrugate e punteggiate di catcus. Il Cierro de los Siete Colores (la montagna dei sette colori), sulla sinistra, splende di sfumature, dal bianco al verde al rosa. Sono le cinque del pomeriggio e la luce è stupenda. Continua a leggere

Pepe il giardiniere

Domenica, ora di pranzo. Dal centro di Salta torno verso l’ostello imboccando una strada a caso. I negozi sono chiusi, non c’è nessuno in giro. D’un tratto, a metà di un isolato, mi appare un bellissimo giardino pieno di rose, buganville, stelle di Natale e altri fiori che non conosco. Mi fermo, stupefatta. Dal cancello un uomo sui settant’anni mi fa cenno di avvicinarmi. Quando vede che non mi muovo mi viene incontro, accompagnato da due enormi cani lupo.

«Ti piacciono i fiori?» mi fa.
«Molto. Li coltivi tu?»
«Sì».
«Complimenti, sono bellissimi. Volevo fare qualche foto». Continua a leggere

Il bello dell’ostello

Alle sette del mattino, quando sono scesa dall’autobus notturno, a Salta era ancora buio. Sono andata a piedi fino all’ostello Siete Duendes, dove avevo prenotato un letto in un dormitorio. Alla reception il proprietario mi ha chiesto di dov’ero e da quale città dell’Argentina provenivo. Quando ho fatto per tirare fuori il passaporto per la registrazione, mi ha fermato con un gesto della mano. «Vai prima a fare colazione. Prendi un caffè, poi torni con calma». In albergo mi avrebbero detto che non ne avevo il diritto, perché non avevo dormito lì, ma negli ostelli è differente. C’è un’altra atmosfera. Per questo li preferisco. Continua a leggere

Sulla strada con Nestor, Necky e Nina

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Alle dieci e mezza del mattino, come aveva promesso, Nestor è venuto a prendermi in macchina davanti all’albergo sulla piazza principale di Río Cuarto. Al volante c’era la moglie, sul sedile posteriore un cucciolo di labrador di quattro mesi. Quando ho fatto per sedermi dietro, Nestor mi ha fermata con un gesto della mano: «Vai davanti» ha detto. «Con Nina ci sto io. È molto molesta». Ci ho messo un attimo per capire che Nina è il cane. La moglie si chiama Necky. Continua a leggere