Una strada pericolosa

«Non entrare lì dentro» mi grida l’autista del bus mentre scendo a Villa Martelli, all’incrocio tra Melo y Constituyentes. Mi blocco disorientata sul marciapiede pieno di buche: davanti a me si stende un quartiere feo (brutto), con case cadenti e spazzatura per le strade. È il tipico posto in cui non dovrei avventurarmi, e io devo attraversarlo per andare a ritirare le copie stampate del mio romanzo. La tipografia è un chilometro e mezzo più avanti, in una zona residenziale. Ho fatto un percorso diverso dal solito e sono scesa nel posto sbagliato.

Nella cintura portasoldi ho duemila pesos in contanti per pagare il tipografo e non so che cosa fare. In Argentina mi hanno ripetuto mille volte che i quartieri poveri sono pericolosi. Mi guardo intorno alla ricerca di un taxi, ma di taxi nemmeno l’ombra. Sono tentata di risalire sull’autobus e andarmene, ma i libri mi servono oggi e non voglio arrendermi così facilmente.

Mentre me ne sto lì cercando di farmi venire un’idea vedo un vecchio che si avvicina con passo malfermo.
«Scusi, dovrei andare al numero 3711 di Melo».
In realtà non so bene che cosa chiedergli. La strada è facile: sempre dritto. Il fatto è che ho paura. Il vecchio forse lo intuisce perché si offre di accompagnarmi.
«Solo per qualche quadra» dice. «È troppo lontano».

Cammino accanto a lui, adattando il mio passo al suo. Gli uomini seduti davanti alle case ci fissano mentre passiamo. «Non parlare, altrimenti capiscono che sei straniera» mi sussurra il vecchio. Mi chiedo che cosa farò quando deciderà di abbandonarmi.
«Perché non prendi un remís?» mi dice d’un tratto, indicandomi un’agenzia dall’altra parte della strada. Il suggerimento mi sembra ottimo, poi vedo le auto e mi ricredo: sono tutte scassate. Il remisero, un gigante sui vent’anni con la testa rasata, si presenta: si chiama Jonathan e ha una macchina libera. Adesso.
Che faccio? Guardo il vecchio, che annuisce con aria incoraggiante. Accetto.
L’auto è vecchissima e cade a pezzi. La portiera si apre soltanto da dentro, attraverso il finestrino. Jonathan si sistema alla guida e partiamo. È cordiale, mi chiede come mi chiamo e da dove vengo.
Una decina di isolati più in là il paesaggio cambia: villette con giardini ben tenuti, capannoni di piccole imprese. Ecco la facciata della tipografia con la sua porta azzurra.

Jonathan si ferma per farmi scendere e mi lascia un biglietto con il suo numero in caso voglia chiamarlo per il viaggio di ritorno. Ed è lui che chiamo mezzora dopo, quando esco con i libri. Ormai si è instaurato un rapporto di fiducia.

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