Cilento inaspettato

Il 19 agosto ero a cena in una trattoria di Paola, in Calabria, e mi chiedevo dove sarei andata il giorno dopo. Mia sorella Chiara, che aveva viaggiato con me negli ultimi dieci giorni, avrebbe preso il treno per tornare ad Alba, dove vive. Io ero in giro per il Sud da oltre un mese, ed ero stata quasi sempre ospite di qualcuno. Nei post su Facebook e su questo blog avevo raccontato le tappe del mio «viaggio a casa d’altri», ospite di amici sparsi fra Puglia, Sicilia e Calabria. Ma ormai gli inviti si erano esauriti ed ero incerta se tornare sulla Sila o spingermi verso nord, lungo la costa tirrenica, per cominciare l’avvicinamento verso casa. È stato allora, nel bel mezzo della cena, che è arrivato il messaggio di Pina: «Ma a Torre Orsaia non vieni?». Continua a leggere

Kalabria Coast to Coast

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Un percorso di 55 chilometri che unisce lo Ionio al Tirreno, da Soverato a Pizzo Calabro, passando per le serre e le montagne dell’interno della Calabria, tra borghi arroccati sui colli, foreste di faggi, pinete, vigne e uliveti. È il trekking chiamato Kalabria Coast to Coast, inaugurato dall’associazione Kalabria Trekking a fine luglio per promuovere l’esplorazione “lenta” di ambienti naturali e paesaggi dell’interno, attraverso una rete di sentieri, strade sterrate e secondarie ben collegati e chiaramente segnalati. Da una costa all’altra, il cammino consente di addentrarsi nel cuore di una regione famosa per la trasparenza del suo mare, ma ancora poco nota per la bellezza delle sue montagne. Continua a leggere

Sulle orme dei valdesi in Calabria

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A Guardia Piemontese, un paesino arroccato su un’altura che sovrasta la costa della Calabria in provincia di Cosenza, gli abitanti hanno cognomi piemontesi e i bambini imparano a scuola l’occitano, una lingua parlata nel Sud della Francia e nelle vallate italiane confinanti. Gli abitanti discendono da coloni valdesi che a partire dal XIII secolo si stabilirono qui, chiamati dai feudatari locali, per coltivare la terra, allevare i bachi da seta e praticare la tessitura. Gli “ultramontani” – così erano chiamati – provenivano dalle valli Chisone, Pellice e Germanasca, sopra Pinerolo, nel Piemonte occidentale, dove sono nata e cresciuta. Continua a leggere

Cosenza e dintorni senz’auto

vaglio-lise2Il primo impatto con Cosenza per chi arriva in treno è la stazione ferroviaria, costruita negli anni Ottanta in una zona fuori mano  detta Vaglio Lise: un colosso di calcestruzzo e vetro in parte vuoto e in parte non finito, che sembra troppo grande per il numero di treni e viaggiatori che vi transitano. Per raggiungere il centro, distante circa tre chilometri, bisogna prendere il trenino a scartamento ridotto di Ferrovie della Calabria, che nei giorni feriali parte ogni mezz’ora dai binari tronchi accanto al binario 1. Se non ci sono corse, come la domenica o la sera dopo le dieci, bisogna sperare di trovare un autobus o un taxi. Continua a leggere

Trapani fra mare, monti e saline

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È stata Chiara, mia compagna di viaggio in Puglia e in Sicilia, a portarmi a Trapani, una città che da anni desideravo vedere. La sua amica Angela ci ha invitate a passare qualche giorno da lei, nella sua casa nella parte orientale della città, a due isolati dal mare.

Da Modica, dove ci trovavamo, sono sei ore di autobus, con un cambio a Palermo. È lontano, ma ne vale la pena. Trapani è bellissima, con il suo centro storico che si protende sul mare, la distesa delle saline verso Marsala e il monte Erice incappucciato di nuvole che delimita l’orizzonte a est. Vista dal mare, mi ricorda un po’ Rio de Janeiro. Continua a leggere

Raccontare l’immigrazione in Sicilia

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Con Paola Ottaviano ci siamo date appuntamento al Caffè del Teatro nel centro di Modica. L’avevo conosciuta per caso pochi giorni prima nella libreria Mondadori grazie a Giovanni, che me l’aveva presentata.
“È una donna in gamba. Ha fondato insieme ad altri un’associazione che si occupa di migranti” mi aveva detto, e io gli avevo chiesto di chiamarla per combinare un incontro.

Davanti al Caffè del Teatro siamo in quattro ad aspettarla: Giovanni, io, la mia compagna di viaggio Chiara e il pittore Ignazio Monteleone, che passava di lì per caso e si è unito a noi. Abbiamo scelto un tavolino sotto l’ombra di un albero. Sono le dieci del mattino e fa già caldissimo

Paola arriva poco dopo e comincia subito a rispondere alle nostre domande. Ha quarantadue anni, è avvocato e fa parte di Borderline Sicilia, un’associazione nata per monitorare la situazione dei migranti.

L’associazione ha la sua sede a Modica, a pochi chilometri da Pozzallo, uno dei principali punti di sbarco in Sicilia. Da qui e da altre parti della regione i volontari raccolgono le storie di uomini, donne e bambini che vivono sulla propria pelle le conseguenze degli accordi con la Libia, delle omissioni nei salvataggi, della gestione fallimentare degli arrivi e delle campagne di odio contro i migranti, che negli ultimi mesi si sono aggravate con l’emergenza Covid.

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“Abbiamo un sito internet, una pagina Facebook e un profilo Twitter  che pubblicano e rilanciano informazioni relative agli sbarchi e all’accoglienza dei migranti” racconta Paola. Le notizie parlano di abusi, di caporalato, di problemi legati alle strutture di accoglienza, di respingimenti e di politiche migratorie.

“Siamo nati come associazione nel 2008 e la nostra prima iniziativa pubblica è stata la commemorazione delle vittime del naufragio di Vendicari, avvenuto nel 2007. Ci siamo resi conto che non potevamo restare indifferenti alla sorte dei migranti che morivano in mare. Volevamo fare qualcosa, e raccontare la realtà dell’immigrazione al di là degli stereotipi e delle strumentalizzazioni politiche.
Siamo una piccola associazione e questo ci consente una grande libertà di movimento, perché non dipendiamo da finanziatori istituzionali che potrebbero condizionare le nostre scelte. Oltre al monitoraggio, offriamo anche assistenza legale ai migranti e cerchiamo di portare avanti un’attività di advocacy su istanze collettive, per esempio sulla questione dei respingimenti cosiddetti differiti, ordinati cioè dopo lo sbarco. Abbiamo lavorato con Oxfam, la Diaconia valdese e Medici per i diritti umani su progetti come i rapporti sulle torture in Libia e il supporto ai migranti più vulnerabili, rimasti esclusi dal sistema di protezione e accoglienza”.

Borderline Sicilia chiede una degna accoglienza per i sopravvissuti agli sbarchi e denuncia le responsabilità dell’Italia e dell’Unione europea per le morti e le sofferenze dei migranti riportati indietro dalla guardia costiera libica.

4599_111La situazione di chi riesce ad arrivare dopo aver rischiato la morte in mare è aggravata da un clima politico ostile all’apertura delle frontiere. A monte del Trattato di Dublino, che impedisce a chi sbarca in Italia di muoversi liberamente per raggiungere altri paesi in Europa, c’è la mancanza di canali legali e sicuri di ingresso in Europa. I migranti sono costretti a restare nel paese di primo approdo e diventano preda dello sfruttamento, della criminalità e della disperazione.

Tra le storie più recenti pubblicate sul sito c’è quella di Sana, un ragazzo del Gambia scampato alle prigioni libiche che, stanco di aspettare i documenti dalla questura italiana, è andato a ingrossare le fila degli invisibili. C’è la storia di Fred, anche lui del Gambia, sfruttato per dodici ore al giorno nelle campagne agrigentine. C’è la storia di Ebrima, un ragazzo del Ghana con problemi mentali, retaggio dei lager libici, che vaga come un automa per le vie di Palermo.

Per fortuna ogni tanto c’è anche qualche storia a lieto fine. Come quella di Kwausu, sbarcato insieme ai suoi compagni nel 2016 a Palermo dopo essere stato salvato in mare. Oggi vive in Germania con la miglie Amira, arrivata con lui in Sicilia sulla stessa nave. Hanno avuto da poco un bambino: “L’ho chiamato Matteo, come tuo figlio” racconta Kwausu al volontario che quattro anni fa l’aveva aiutato a ritrovare la moglie ricoverata in ospedale. “Non potevo chiamarlo Borderline Sicilia”.

Paola sta parlando con noi da più di un’ora. È venuto il momento di prendere un caffè con la granita alla mandorla. Le chiedo ancora di dirmi qualcosa sulle strutture di accoglienza, che in questi anni sono state ridimensionate a causa dei tagli e delle normative sempre più restrittive.
“Il problema principale dell’accoglienza è il protrarsi di una gestione emergenziale, anche se gli sbarchi avvengono ormai da oltre vent’anni. Ciò impedisce un controllo efficace su chi fa accoglienza, e ostacola lo sviluppo di progetti improntati alla crescita e all’autonomia delle persone: ci si limita a fornire vitto e alloggio. Sul piano pubblico se ne parla solo per lamentarsi del fatto che si spendono soldi per i migranti, ma nessuno racconta i problemi legati alla mala gestione. Così come non si parla mai delle ricadute positive sul territorio, perché in questi anni l’accoglienza ha dato lavoro a tantissimi giovani che sarebbero andati via dalla Sicilia. I soldi pubblici finanziano cooperative italiane che lavorano anche in zone depresse, dove non c’è lavoro”.

Mentre lei parla, guardo il panorama di Modica con le bellissime case del centro storico in gran parte abbandonate per mancanza di acquirenti. E penso a come sarebbe questa città, con la sua splendida luce e il suo clima gradevole, se ci fossero più prospettive per tutti e fosse possibile restarci.

(La seconda e la terza foto sono tratte dal sito Borderline Sicilia)

In treno a Siracusa

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“Non andare a Siracusa. È un guscio vuoto, una trappola per turisti” dice Giovanni.
Lui, che ci è nato e cresciuto, non ci torna mai. Lavora in Toscana, e quando viene in Sicilia sta nella casa che ha comprato cinque anni fa a Modica. Ama Siracusa e soffre nel vedere che cosa è diventata: l’isola di Ortigia, un tempo cuore popolare della città, trasformata in una Disneyland di case per ricchi, alberghi, ristoranti e negozi di souvenir.

Io capisco che cosa intende, ma ci voglio andare lo stesso. Non ci sono mai stata. Da Modica, nei giorni feriali, c’è un treno alle 8.26 che in un’ora e mezza arriva a Siracusa.
“Non prendere il treno” dice Giovanni. “Una volta ci ho messo sei ore. Nei pressi di Avola i campi avevano preso fuoco”

Ma io ho già deciso. Alle otto sono alla stazione di Modica, che è rannicchiata sotto il ponte della statale, uno dei più alti d’Europa, con i pilasri che si innalzano fra le case antiche.

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La sala d’attesa è un tuffo negli anni Cinquanta, con i mobili d’epoca, la bilancia a moneta e il pavimento lucido. La biglietteria è chiusa: al suo posto c’è quella automatica, ma non funziona.
Un macchinista a cui chiedo informazioni, unica presenza umana sulla banchina assolata, mi dice di stare tranquilla: posso fare il biglietto sul treno.

Ed eccolo, il treno: una “litturina” a un solo vagone coperta di graffifi che arriva e riparte in perfetto orario.
A bordo siamo in cinque, il controllore dopo un po’ quasi ci chiama per nome.
Dal finestrino scorre la campagna gialla punteggiata di carrubi e aziende agricole che producono cibo per mezza Europa. Sullo sfondo, a destra, il mare color turchese.

Questa linea ferroviaria è di per sé un itinerario di viaggio. Si potrebbero passare due settimane visitando le città e le spiagge lungo il percorso senza sentire la mancanza dell’auto. Partendo da Ragusa, si scende a Ibla, poi ci si può fermare qualche giorno a Modica, a Scicli, a Ispica e a Noto, con una sosta nelle spiagge di Pozzallo e di Sampieri. Quest’ultima, bellissima e selvaggia, orlata di dune e dominata dai ruderi della fornace Penna che assomiglia a una cattedrale diroccata, si può raggiungere a piedi dalla stazione. Da Ragusa si può andare in treno anche al castello di Donnafugata e a Caltanissetta, che ha un bel centro storico.

Ma oggi vado a Siracusa e ci arrivo puntualissima alle 10.03. Dalla stazione basta camminare sempre dritto per una ventina di minuti per arrivare a Ortigia. Subito dopo il ponte ci sono i resti del tempio di Apollo, e poi i vicoli con i negozi e i ristoranti. Ha ragione Giovanni, è tutto un po’ troppo finto, ma la piazza del Duomo con i suoi edifici bianchi nella luce accecante del mattino è bella da togliere il fiato.

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Ho appuntamento verso le undici con Nicoletta, un’amica di Torino che sta visitando la Sicilia sud-orientale in moto. La incontro davanti all’affittacamere dove alloggia, in via Cavour. Torna da una visita alla zona archeologica, dice che è meravigliosa. Andiamo insieme a vedere il duomo, che nelle sue pareti incorpora le colonne di un tempio greco e racchiude in sé stratificazioni millenarie: da tempio greco ad antica chiesa cristiana, poi trasformata dai bizantini, convertita in moschea dagli arabi, poi di nuovo in chiesa dai normanni, e ristrutturata in epoca barocca dopo il terremoto del 1693.

A Ortigia, quando il caldo diventa insopportabile, si può fare il bagno in una delle spiaggette sul lungomare di levante, e poi riprendere la visita del centro storico, fra i vicoli del quartiere ebraico e quelli della Graziella, il quartiere islamico a nord del tempio di Apollo, non ancora del tutto fagocitato dalla gentrificazione turistica.

Per vedere i musei e la zona archeologica bisognerebbe fermarsi un altro giorno. Mi toccherà tornare, con buona pace di Giovanni.

Al ritorno, mentre vado a prendere il treno, entro in una panetteria del quartiere intorno alla stazione, dove i turisti di solito non si spingono. Qui le strade pulsano di vita quotidiana, normale. Entro in una panetteria per comprare qualcosa da mangiare e mi accorgo che su un lato c’è anche il banco dei salumi e dei formaggi. Chiedo se mi possono fare un panino, e la risposta è scontata: “Hai voglia!”. Un ragazzo gentile imbottisce generosamente il pane di salame e di formaggio a fette. Costo: un euro e cinquanta.

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Alla stazione il treno è già sul binario e parte puntuale. Poco dopo il controllore passa di persona per darci un avviso: “Ci fermiamo qualche minuto a Noto, ma non vi preoccupate. Aspettiamo l’incrocio con un altro treno, poi recuperiamo”.
Infatti poco dopo filiamo di nuovo nella campagna. È notte, non si vedono i cartelli delle stazioni. Il controllore grida i nomi dalla porta del vagone.
“Scusi, che ha detto? Non ho capito!” chiedo.
“Ispica, ho detto Ispica. Ma lei va a Modica, no? Di cosa si preoccupa così presto?”.

Penso che dovrò dire a Giovanni che Siracusa mi è piaciuta, e anche il viaggio in treno.

In giro per Modica con Giovanni

20200724103021A Modica mi ospita Giovanni, un amico di Chiara, mia compagna di viaggio in Puglia e in Sicilia. La sua casa è nella parte bassa del centro storico, a poca distanza dalla casa  natale di Salvatore Quasimodo.

20200721191001Modica è quasi tutta settecentesca, ricostruita sulle sue macerie dopo il terremoto del 1693 che devastò la Sicilia sud-orientale. Giovanni ci guida per i vicoli e sembra conoscere ogni pietra, ogni angolo, ogni storia che si cela dietro le facciate barocche delle chiese e dei palazzi. E di palazzi a Modica ce ne sono molti perché a partire dall’XI secolo città fu sede della contea più ricca e potente dell’isola. Ora il centro storico è in parte disabitato. Molte case sono in vendita e si possono comprare a poco.

20200724190256La città è bellissima nella luce del tardo pomeriggio, quando le pietre rosate dei palazzi e delle chiese assorbono la luce del tramonto. I visitatori quest’anno sono pochi perché gli stranieri non sono venuti. Nei bar del centro che vendono granite, cannoli e specialità al cioccolato non si fanno code. C’è quiete e silenzio.

I luoghi sono interessanti soprattutto per le persone che ci abitano, e Giovanni non si limita a mostrarci i monumenti: ci porta anche a conoscere i suoi amici.

palazzoloA Modica Alta, in una casa con una vista spettacolare sulla città, vive il fotografo Aldo Palazzolo, originario di Siracusa. Grande ritrattista, ha immortalato negli anni Ottanta i più grandi protagonisti della cultura contemporanea, da Adonis a Bufalino, da Patty Smith a Nureyev. In casa sua sono esposte le raffinate stampe in bianco e nero di alcuni suoi ritratti e della mostra “Frammenti di marmo”, dedicata al gesto erotico nella cultura antica. Dietro ogni foto c’è una storia, ed è bello ascoltarla dalla sua voce. Come quando andò a Roma per fotografare Giulio Andreotti, che lo ricevette puntualissimo nel suo studio, impeccabile nel suo completo nero, e prima di mettersi in posa gli disse: “Lei è siciliano? Allora saprà che la mafia non esiste”.

20200726131304A Modica Bassa, in un loft ricavato da un dammuso (magazzino), vive e lavora il pittore Ignazio Monteleone, che ha insegnato per molti anni al liceo artistico. I libri, i quadri e i disegni occupano quasi tutto lo spazio disponibile. Sulle pareti ci sono le sue opere affiancate a quelle dei suoi allievi: fotografie rielaborate a mano, opere di piccolo e grande formato dedicate alle locomotive, a don Chisciotte, alla bellezza delle palme. Il tratto è essenziale, lirico. Passiamo due ore esaminando i quadri accatastati lungo le pareti. Ignazio è generoso nel mostrarceli. “Fa piacere anche a me” dice. “Così mi rendo conto di quanto ho lavorato”.

20200724193015Nel pieno centro di Modica, accanto alla chiesa di San Pietro, c’è la libreria La Talpa, specializzata in libri sulla Sicilia. Appartiene a Francesco Trombadore, che la gestisce da ventisette anni. Nei pomeriggi d’estate è inutile andarci prima delle sei. Francesco aspetta che arrivi l’ombra davanti alla vetrina per sedersi lì fuori a fumare il sigaro e a fare due chiacchiere con chi passa. È un piacere parlare con lui perché conosce e ama i libri che vende. Mi spiega che ha volumi nuovi e usati, e infatti, curiosando fra gli scaffali, trovo una copia del “Gattopardo” nell’edizione economica Feltrinelli del 1963. Il libro fu pubblicato nel 1958 su segnalazione di Giorgio Bassani, dopo che Elio Vittorini l’aveva rifiutato per Einaudi e Mondadori, e vendette subito centomila copie, diventando il primo best seller italiano.

Quando chiedo a Francesco se ha qualcosa sui poeti arabi siciliani, mi precede nella libreria e tira fuori da una pila accanto alla cassa un volumetto che comprende le voci più importanti del X e XI secolo, fra cui ‘Ibn Hamdîs, nato a Siracusa nel 1056. Voglio portare le sue poesie ai miei bambini, nella mia classe multietnica, per mostrare l’intreccio di culture che ha sempre caratterizzato la nostra storia e quella dei popoli del Mediterraneo. Il libro è Poeti arabi di Sicilia” dell’editore Edi.bi.si. e costa 5.50 euro.
“È poco” osservo mentre mi dirigo alla cassa.
“Certo!” esclama Francesco. “Siamo a Modica, abbiamo prezzi modici”.

In Puglia a casa di Chiara

20200716175851La terza tappa del mio viaggio è a San Ferdinando di Puglia, in provincia di Foggia. Sono ospite di Chiara, un’amica di Torino la cui madre è nata e cresciuta qui. La casa, tre stanze l’una sopra l’altra collegate da una scala a chiocciola, è stata costruita dal nonno e si trova nella parte vecchia del paese. È vuota tutto l’anno, tranne quando qualche parente dal Nord viene a passarci qualche giorno. San Ferdinando non è un posto turistico: il mare più vicino è a Margherita di Savoia, a mezz’ora di autobus, e il Gargano da qui è troppo lontano per andarci in giornata con i mezzi. Ci vorrebbe la macchina, ma noi non ce l’abbiamo. Siamo venute qui in treno.

Il paese mi ricorda il Messico o certe cittadine dell’Argentina,  con le sue case basse e gli isolati che si incrociano ad angolo retto. Al pomeriggio, nelle ore della siesta, per strada non si incontra nessuno. C’è una luce accecante e un silenzio irreale.  Le persiane delle case sono chiuse. Qualche gatto randagio sonnecchia nell’ombra, mentre in cielo le nubi di passaggio oscurano di tanto in tanto il sole. Messico e nuvole.

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I rimandi ai possedimenti coloniali spagnoli non sono soltanto suggestioni. Il paese fu fondato a metà Ottocento da Ferdinando II di Borbone per dare un pezzo di terra alle famiglie immigrate dalle campagne circostanti per lavorare nelle saline di Barletta, che però non riuscivano ad assorbire tutta la manodopera. La colonia agricola all’inizio era composta da circa duecento capanne di paglia, poi sostituite da case in muratura.

Oggi il paese conta circa 13.000 abitanti e vive ancora in parte di agricoltura. Molte case sono in vendita: i figli dei proprietari emigrati al Nord negli anni Sessanta non ci vengono più e fanno fatica a mantenerle. Nelle vie centrali le pizzerie, i caffè e le gelaterie si riempiono la sera, quando fa più fresco. Dalla balconata che dà sulle campagne circostanti lo sguardo si spinge fino alle montagne del Gargano.

In paese non c’è molto da vedere, ma a Margherita di Savoia, pochi chilometri più a est, le saline sono suggestive, con gli specchi d’acqua che riflettono il cielo.

20200719115936A Trinitapoli si può prendere il treno per Bari, Lecce, Trani o Barletta. Bari vecchia è un incanto, con le sue strade lastricate e le mura affacciate sul mare.

20200717125109Viaggiare con qualcuno che ha  contatti in loco è bello perché ti permette di entrare nella vita vera di chi quei posti li abita. Una sera i parenti di Chiara ci invitano a cena a Cerignola. Ci sono i cugini musicisti e la vecchia nonna di ottantasei anni. “Chiamami Sabina, oppure Nella, come ti pare” mi dice con gli occhi che ridono.
Mi racconta storie che iniziano in italiano e finiscono in dialetto, le capisco soltanto a metà.
“Mio fratello sta a Torino, è vecchio pure lui. Quando mi telefona chiede ‘Come stai?’ e io gli dico: ‘Sto sulla sedia a rotelle ma sto bene'”.
Ascolta le storie dei miei viaggi, sorride e dice: “Fai bene. Goditi queste finestre”.
Dice che una volta, da giovane, è andata con il marito al Gran Premio di Monza.
Le chiedo se le è piaciuto. Mi stringe il braccio ed esclama estasiata: “Assai!”.

L’ultimo giorno, poco prima di prendere il bus per Foggia,  io e Chiara cerchiamo qualcuno che ci scatti una foto davanti alla casa. Sono le tre del pomeriggio, in piena controra, e non c’è nessuno in giro. Un uomo di ottant’anni esce dalla casa vicina per prendere qualcosa in macchina. Ha fretta di tornare alla sua siesta, ma accetta di farci una foto. Si mette in mezzo alla strada, scatta e se ne torna dentro a dormire. Guardo la foto: è venuta sfuocata, ma che fare? Ce la teniamo così.

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Amarcord a Cesana Torinese

LauraMolinoCesana non è lontana da Torino, ma erano anni che non ci andavo. È stata la mia amica Laura a farmici tornare, invitandomi per il weekend nel monolocale che ha affittato per l’estate. E siccome quest’anno viaggio così, a casa degli altri, ci sono andata. Fra l’altro, è stata un’occasione per fare un po’ di amarcord.

Il paese si trova al fondo della Val Susa, ai piedi del monte Chaberton, poco prima del confine con la Francia. Ha circa mille abitanti ed è una località di villeggiatura per sciatori ed escursionisti. Appena fuori dal centro c’è una casa che negli anni Settanta era usata dalle parrocchie e da altre realtà ecclesiali per i campi estivi. È intitolata a Pier Giorgio Frassati (1901-1925), figlio del fondatore de «La Stampa», morto a 24 anni di meningite fulminante e beatificato nel 1990.
s-l225Ho passato lì dentro diverse estati della mia adolescenza. Facevo l’animatrice alle “colonie”, vacanze di dieci giorni per ragazzi e ragazze che arrivavano da quartieri difficili di Torino. C’erano attività a gruppi, partite a calcio nel campetto davanti alla casa e gite in montagna. Un classico era l’escursione al Lago Nero sopra Bousson. La “colonia” era un’esperienza talmente coinvolgente che fra noi animatori nascevano amicizie destinate a durare una vita.

Stavarengo2La prima volta ci ero andata su invito di don Piero Stavarengo, che avevo conosciuto da bambina ai campi estivi dell’Azione Cattolica. Avevo forse quindici anni e mi aveva chiamata perché andassi ad aiutarlo. Era su alla Frassati con cinquanta ragazzini del centro storico, che all’epoca non era un posto da fighetti: era il Bronx, come il quartiere di via Artom e la Falchera. Molti di loro non erano mai stati in montagna. Durante la gita al Lago Nero non volevano saperne di camminare, ed era stata dura, una volta arrivati, convincerli a non tuffarsi nelle acque gelate del lago.

Famiglia

C’è una foto della mia famiglia al completo scattata proprio davanti alla Frassati di Cesana, forse l’anno dopo. C’è il sole forte come accade spesso in montagna e mio fratello Federico, il più piccolo, non riesce a tenere gli occhi aperti. È seduto accanto a mia sorella Chiara, che gli tiene su il mento con la mano. Noi ragazze abbiamo tutte il viso ombreggiato dal caschetto, il taglio di moda in quegli anni. Io, la più grande, sono in piedi fra mio padre e mia madre. È una delle poche foto in cui siamo tutti insieme.

Don Piero l’ho perso di vista qualche anno dopo. So che ha ottantadue anni e non sta bene. I miei genitori non ci sono più. I miei fratelli e sorelle sono grandi e hanno dei figli di età assortite, come noi nella foto. La Frassati è sempre là, uguale a come la ricordavo: un austero parallelepipedo sullo sfondo di un bellissimo scenario di montagna. È diventata una casa per ferie. Passandoci davanti ho rivisto il refettorio attraverso le vetrate, con i tavoli di legno rossiccio e il perlinato alle pareti.

IMG_8979Il sabato ho ripensato al Lago Nero e mi è venuta voglia di tornarci. Laura e altri due amici sono venuti con me, ma abbiamo sbagliato strada. Ci ho riprovato il giorno dopo, da sola. Il sentiero giusto, mi ha detto un villeggiante seduto davanti a una baita ristrutturata, è quello per Capanna Mautino che sale da Bousson fra i boschi di larici e i prati fioriti. Era come se non ci fossi mai passata, non riconoscevo i posti. Ma arrivata al lago, che si stende con le sue acque scure in una prateria circondata dagli speroni delle montagne, mi è tornato in mente come in un flashback il gruppo di ragazzi seduto sulla riva a mangiare il pranzo al sacco d’ordinanza: pane e Simmenthal.

IMG_8974Il monte Chaberton con la sua mole imponente (3131 m) fa emergere un altro amarcord di quegli anni: la scalata notturna con un gruppo di amici e l’arrivo in vetta in tempo per vedere l’alba. Ero così stanca e avevo così freddo che pensavo di morire. Mi aveva salvato un amico offrendomi un tè caldo.

DangerL’amarcord finisce qui. Il freddo e le insidie della montagna rimandano a vicende attualissime che hanno per sfondo questi luoghi. A Bousson, lungo la strada sterrata che porta al lago, un cartello in varie lingue, fra cui l’arabo, illustra con parole e immagini i pericoli che si corrono sui sentieri d’alta quota in inverno: valanghe,  rischio di assideramento e di smarrirsi nella neve. Non è stato messo lì per i villeggianti. Dal 2016 i colli di questa zona sono diventati luoghi di passaggio per i migranti, in gran parte africani, che cercano di raggiungere la Francia attraverso Clavière e il Monginevro. La polizia li bracca e cerca di respingerli alla frontiera. I migranti rischiano la vita nel tentativo di passare in Francia.

anarch_ori_crop_MASTER__0x0In valle diverse realtà cercano di rispondere a questa emergenza umanitaria: dalla Croce Rossa ai giuristi dell’Asgi, dalla prefettura ai Comuni dell’alta valle. A Oulx, in uno spazio messo a disposizione dai salesiani, la fondazione Talità Kum offre pasti, vestiti caldi e un letto a chi arriva di notte, mentre nell’ex casa cantoniera occupata un gruppo di anarchici accoglie i migranti per aiutarli a passare il confine. Il 10 giugno scorso il Tribunale di Torino ha emesso contro i 17 occupanti un divieto di dimora.

Dappertutto si vedono volanti e camionette della polizia, che sono qui per contrastare i No Tav, la cui lotta non si è mai placata, e i migranti. In queste ultime settimane il flusso al confine si è in parte invertito, in seguito alla “sanatoria” inclusa nel Decreto Rilancio del governo. Chi non è riuscito a trovare un lavoro e una collocazione in Francia cerca di tornare, con la speranza di ottenere il permesso di soggiorno, anche se il provvedimento è temporaneo e riguarda soltanto braccianti, colf e badanti in Italia da almeno tre mesi.

Per evitare che la montagna diventi una zona militarizzata Valsusa Oltre Confine promuove una serie di iniziative — bivacchi, escursioni, proiezioni e incontri — sulle problematiche migratorie locali. Il documentario The Milky Way – Nessuno si salva da solo (2020) di Luigi D’Alife, con le animazioni di Emanuele Giacopetti, racconta la solidarietà degli abitanti e i pericoli affrontati dai migranti sulle nevi della Via Lattea, il comprensorio sciistico che riunisce Sestrière, Cesana, Clavière e Monginevro. Il film è uscito poco prima del lockdown e ha avuto finora scarsa diffusione. Per vedere le prossime proiezioni in varie parti d’Italia cliccate qui.

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