Qualcosa di bello

AnnaLOW«Maestra, ci sarai il prossimo anno?» mi chiedevano i bambini l’ultimo giorno di scuola. Non sapevo che cosa rispondere (chissà dove mi manderanno a settembre!), ma il fatto che mi dispiaccia separarmi da loro è un buon segno. Significa che ci ho lavorato volentieri.

A gennaio, appena arrivata, le maestre della terza mi avevano chiesto di tenere un laboratorio di scrittura. Avevo accettato, ma ero terrorizzata: che cosa gli avrei proposto? Come professionista dell’editoria ho sempre avuto a che fare con adulti: scrittori, giornalisti, studiosi. Ora dovevo trovare un modo per invogliare alla scrittura un gruppo di ragazzini di otto anni. Non c’erano scappatoie, dovevo inventarmi qualcosa di appassionante. I bambini non hanno pietà di nessuno.
«A me non piace scrivere» mi ha detto Orlando il primo giorno.
Ecco. Da dove cominciare?

EneaLOWIn un angolo della classe c’erano le maschere che i bambini avevano costruito durante il laboratorio di arte. Ciascuno si era scelto un animale e l’aveva ricreato con la cartapesta e i colori. Sono partita da lì. Ho scritto una serie di situazioni su dei biglietti di carta ‑ «in cantina», «al centro della giungla», «nel deserto» ‑, li ho messi in un cappello e ho chiesto ai bambini di pescare a caso. Ciascuno doveva mettere il suo animale in quella situazione e scrivere una storia. Lo spunto era divertente e si sono messi subito al lavoro. Quando abbiamo letto le prime stesure, i bambini ridevano, applaudivano, alzavano la mano per commentare. Nelle settimane successive abbiamo fatto un lavoro di editing a gruppi. I bambini leggevano le storie e dicevano che cosa, secondo loro, non funzionava. Insieme si cercava un modo per esprimere meglio un’immagine, un concetto, un passaggio narrativo, evitando le ripetizioni e le ridondanze. Non c’era bisogno di spiegare che, attraverso il processo di revisione, le storie miglioravano. Era evidente.
«Maestra, quand’è che scriviamo?» mi chiedeva Orlando quando mi incontrava in corridoio.

Elisa02LOWTomas era l’unico che non aveva scritto quasi niente. Quattro righe buttate giù tanto per fare. Sembrava che non gli importasse. «Dobbiamo lavorare alla tua storia. Ho un’idea» gli ho detto un giorno. Si è illuminato. Ci teneva, ma non sapeva come andare avanti. Gli ho portato una favola di Fedro, Il lupo e l’agnello, e l’abbiamo usata come spunto. Alla fine ha scritto una storia bellissima su un lupo che vuole mangiare un aquilotto. L’ha letta ad alta voce ai compagni, era contentissimo.

SaraV_LOWQuando è venuto il momento di pensare alle illustrazioni, ciascuno ha scelto un momento della sua storia e l’ha rappresentato con l’aiuto dei compagni mentre io lo fotografavo. Poi con Photoshop ho modificato e arricchito le immagini di particolari con la tecnica del fotocollage. Un’amica illustratrice, Monica Fucini, mi ha dedicato un paio d’ore della sua domenica per insegnarmi qualche trucco del mestiere. Le maestre di classe si sono prodigate in ogni modo per portare avanti il progetto.

Quando ho proiettato le foto ai bambini, la reazione è stata incredibile. Ridevano per la sorpresa, erano felici. Alla fine Tomas è venuto da me con gli occhi brillanti: «Maestra, che bello!».

ElenaLOWDa quelle foto e da quelle storie abbiamo tratto un libro. Il lavoro ha generato un forte senso di appartenenza, sia nelle maestre sia nei bambini: tutti insieme abbiamo creato qualcosa di bello in cui ci rispecchiamo e di cui ci sentiamo fieri.
Più che insegnare, è questo che mi piace veramente.

La strada che non volevo prendere

p7150083bisUn autore di successo con cui ho lavorato più volte in passato mi ha scritto per chiedermi se collaboravo ancora con il mio vecchio editore. «Sei stata la miglior editor che abbia mai avuto». Con una fitta di nostalgia gli ho risposto che avevo cambiato mestiere perché con i libri non riuscivo più a sopravvivere. «Ora faccio la maestra».

Tre giorni fa vengo a sapere che ho superato lo scritto del concorso per entrare di ruolo alle elementari. Ho preso 39.3/40, quasi il massimo dei voti. Se passo anche l’orale, previsto per metà aprile, potrei avere una cattedra già in autunno. Il famoso «posto fisso», dopo una gavetta da supplente brevissima. Proprio io, che nel maggio scorso mi ero presentata allo scritto come se andassi al patibolo. Avevo studiato, sì, ma controvoglia. Speravo di passarlo, ma anche no.

Non ho mai voluto fare la maestra. Dopo le medie mia madre mi aveva iscritta alle magistrali perché voleva che prendessi un diploma che mi permettesse di lavorare. Io ero uscita da quella scuola con l’idea che avrei fatto di tutto pur di non insegnare: mi ero pagata l’università lavando piatti nei ristoranti. Nel 1983, quando era uscito il primo concorso, ci ero andata solo per far piacere a mia madre. Negli elenchi appesi ai muri della sede della prova scritta il mio nome era scritto sbagliato: Salvani anziché Salvai. Avevo fatto il tema ed ero stata esclusa, forse perché il mio vero nome non corrispondeva con gli elenchi del ministero. Avrei potuto fare ricorso, ma non sapevo cos’era un ricorso e in fondo ero contenta così. Non volevo fare la maestra.

Un anno dopo ho cominciato a lavorare nell’editoria e per trent’anni, tra alti e bassi, quella è stata la mia professione. Mi piaceva moltissimo, nonostante la precarietà e le scadenze sempre troppo strette. Pensavo che avrei fatto l’editor per sempre. La crisi del 2015 non sembrava più grave di altre che avevo superato in passato. Mi sbagliavo.

Così sono tornata al punto di partenza e ho dovuto varcare la soglia di quelle classi in cui non volevo entrare perché i bambini mi facevano paura. Dopo un anno di supplenze in varie scuole di periferia continuo a sentirmi insicura. È un mestiere delicato e difficile, che ti mette a nudo con ferocia inaudita. È dura stare di fronte alla sofferenza dei bambini. Ogni giorno si entra in contatto con storie di povertà, abbandono, solitudine e drammi familiari.

Prima avevo tutto sotto controllo: un libro per volta, un autore per volta, un editore e un impaginatore come interlocutori. Ora passo le mie giornate a interagire con decine di bambini, imprevedibili e vitali. Sto faticando, ma imparo, e ogni tanto mi diverto tantissimo. Ci sono attimi di magia, di poesia, di grazia, di gioia pura. È presto per dire che mi piace, ma spero che prima o poi mi piacerà.

 

Volevo andare in Africa

02falcheraAll’inizio di ottobre avevo deciso di andare in Etiopia. Ero tornata da un mese dal mio viaggio sul Baltico e morivo dalla voglia di ripartire. Lavoro non ce n’era e su Torino aleggiava la cappa nera della recessione economica. I giornali scrivevano che i senzatetto erano aumentati del 40 per cento rispetto all’anno precedente. Avevo ancora qualche risparmio e non volevo passare l’inverno a deprimermi. Un’amica mi aveva messa in contatto con alcuni suoi conoscenti ad Addis Abeba e io avevo cominciato a sognare i cieli dell’Africa. La mattina del 5 ottobre, mentre confrontavo i prezzi dei biglietti su internet, è squillato il telefono. Era una scuola che mi chiamava per una supplenza.

Da quel giorno ho sempre lavorato, sospinta da una scuola all’altra per coprire i buchi lasciati dall’algoritmo del ministero. In provincia e nelle zone di periferia mancavano moltissimi insegnanti. A fine novembre avevo cambiato già quattro scuole, scalzata ogni volta dall’arrivo degli «aventi diritto» con più punti di me. Quando il balletto delle nomine è finito mi sono ritrovata nell’estrema periferia di Torino, fra l’imbocco dell’autostrada e il campo nomadi. Lì non c’era il rischio che qualcuno mi soffiasse il posto. Non ci voleva andare nessuno.

La scuola sorge nel mezzo di un quartiere di case popolari costruito negli anni Settanta, all’epoca della grande immigrazione dal Sud. La classe, una quinta elementare, è un branco di ragazzini urlanti. Prima di me, diversi supplenti hanno lasciato l’incarico perché non riuscivano a fare lezione. Le maestre che incontro nei corridoi mi salutano con aria contrita, come se mi facessero le condoglianze. «Ah sì, la quinta D» sospirano scuotendo il capo.

La prima lezione è una lotta continua per contenere le urla, l’agitazione e il caos. Maurizio si alza dal suo posto per dare un calcio ad Ahmed. Michael insulta Ramko, che lo atterra storcendogli un braccio. Deborah canta «Andiamo a comandare». Riccardo dice che ha mal di testa. Io sono senza voce e penso che domani non tornerò.

Il giorno dopo, nell’intervallo della mensa, i bambini mi si radunano intorno per supplicarmi di portarli fuori. «Va bene» dico. «Però niente botte, niente sputi e niente parolacce». Esultano e si riversano in cortile sotto i platani spogli. Giocano a calcio, maschi e femmine insieme, e io li osservo da bordo campo. Sono felici. Mi sorridono quando mi passano davanti. Penso con sgomento alle tre ore di lezione che mi attendono e mi chiedo come andrà.

Quando li chiamo per rientrare non protestano. Li guardo mentre sbattono le scarpe sul cemento per staccare il fango dalle suole, come gli ho chiesto di fare. Sono in venti, di sette nazionalità diverse: oltre agli italiani, ai rumeni e ai rom del campo nomadi c’è Douglas, originario del Kenya, Aziz l’egiziano e Ahmed il marocchino. Volevo tanto andare in Africa, ma è stata l’Africa a venire da me.03falchera

Quanto ho speso sul Baltico

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È più di un mese che sono tornata dal mio viaggio lungo il Baltico e solo oggi mi sono decisa a fare i conti per scoprire quanto mi è costato. Sapevo che non sarebbe stato facile perché non ho l’abitudine di segnarmi le spese via via. Così poi devo faticare sull’estratto conto, controllando voce per voce. Ho finito poco fa, ed ecco il risultato: in due mesi esatti di viaggio, dal 1° luglio al 1° settembre, ho speso circa 2800 euro. Vediamo come.

Alloggio
berlino12Il costo del pernottamento è molto variabile, a seconda dei paesi. A Copenhagen un letto nella camerata di un ostello costa 38 euro, a Lubecca 27, a Cracovia 9. C’è una bella differenza. Io sono stata fortunata perché nei luoghi più costosi (Olanda, Germania e Danimarca) sono stata quasi sempre ospitata a casa di amiche. Per il resto del tempo ho dormito negli ostelli scegliendo il letto in camerata, che è il più economico. In genere sono posti allegri e confortevoli dove è facile fare amicizia e scambiare informazioni con altri viaggiatori.
La spesa complessiva si è aggirata sui 500 euro. Prenotavo via internet su Hostelworld e cercavo i posti meno costosi, però leggevo sempre i commenti per non rischiare di finire in un cimiciaio. Ho sempre trovato posto, tranne a Tallinn, dove la domanda è spesso superiore all’offerta. Lì ho dovuto accontentarmi di un ostello lurido e degradato perché tutti gli altri erano pieni. Se volete andare a Tallinn in estate vi conviene prenotare per tempo.
Nel fine settimana gli ostelli dell’Europa dell’Est sono talvolta infestati da comitive di ragazzi tedeschi, svedesi, danesi e finlandesi che arrivano solo per sbronzarsi, visto che gli alcolici sono a buon mercato. Leggete i commenti su Hostelworld per capire se l’ostello in cui volete alloggiare è un posto tranquillo o se vi toccherà svegliarvi di soprassalto alle quattro del mattino con un gruppo di ubriachi che canta a squarciagola in camera.

Spostamenti
viaggio2016Ho percorso in tutto 7000 chilometri e ho viaggiato quasi sempre sui bus notturni (Flixbus, Polski Bus), che sono i più economici. Per le tratte brevi ho usato talvolta i treni, che sono però in media più costosi. In tutto ho speso circa 600 euro. Come per gli ostelli, prenotavo via internet con pochi giorni di anticipo e ho sempre trovato posto.
Sui sedili dei bus non si dorme molto bene, però si risparmia il costo di un pernottamento e si arriva al mattino in una città nuova, il che ha sempre il suo fascino. Cercate di scegliere un posto accanto al finestrino, così potete appoggiarvi di lato se la testa vi casca. Portatevi qualcosa da mangiare e da bere e un maglione per coprirvi, di notte può fare fresco.

Vitto
img_0110Nell’Europa dell’Est occorre pensare a tutti i pasti compresa la colazione perché gli ostelli non la forniscono. Talvolta c’è del caffè e del tè a disposizione, ma niente di più. Quando prenotate un ostello assicuratevi che abbia la cucina: vi consentirà di prepararvi i pasti da soli. In Danimarca è costoso persino fare la spesa al supermercato, quindi se viaggiate in economia sarà meglio evitare i ristoranti. In Polonia, in Lituania e in Lettonia si può mangiare fuori con poco a patto che si esca dalle zone più frequentate dai turisti. Nel centro storico di Riga, per esempio, un piatto di patate fritte accompagnato da una birra può costare anche 8 euro, ma se andate in una tavola calda nei pressi della stazione ferroviaria o del mercato potete spendere meno di 3 euro per un pasto completo.
In due mesi avrò speso per il  vitto circa 700 euro.

Musei
In Olanda, in Germania e in Danimarca i musei sono cari (12-15 euro), mentre nei paesi dell’Est il costo è molto contenuto (circa 4-5 euro). Io non ho speso quasi nulla perché nella maggior parte dei posti accettavano la tessera dei giornalisti e mi facevano entrare senza pagare.

Imprevisti 
A Klaipeda, in Lituania, ho perso la macchina fotografica e ho speso circa 150 euro per comprarne una nuova. Nessuno mi ha rubato niente: ho fatto tutto da sola. L’ho dimenticata su una panchina. Sigh.

Costi fissi
Nei costi del viaggio va calcolata anche la somma destinata all’affitto e per le spese di casa, che ho dovuto pagare anche se non ero a Torino. In tutto fanno 500 euro.

E il resto?
Sommando le cifre indicate si arriva a 2450 euro. Ne mancano all’appello circa 350. Come li ho spesi? Boh. Qualche birra al bar, qualche regalo, qualche ingresso a pagamento.
I conti non sono precisissimi, ma aiutano a farsi un’idea. Non ci vogliono poi così tanti soldi per viaggiare se ci si adatta, e ne vale davvero la pena.

Tagliarsi i capelli in viaggio

Varsavia01Arrivo a Varsavia alle cinque del mattino con l’autobus notturno da Vilnius. Non ho dormito niente, il tizio seduto accanto a me continuava a cascarmi addosso. Piove, la città mi sembra brutta. Vado alla stazione con l’idea di prendere il primo treno per Cracovia, ma al momento di pagare scopro che il biglietto è molto caro. Non ci sarà un treno più economico? La donna allo sportello non capisce l’inglese e si stringe nelle spalle borbottando qualcosa in polacco con aria risentita. Quando fanno così – e nell’Europa dell’Est succede spesso – io mi confondo. Invece di raccogliere altre informazioni, mi convinco che tutti i treni per Cracovia siano carissimi. E decido su due piedi di prendere un autobus.

Dove? Non lo so. Chiedo a un barista, che mi indica un parcheggio dietro il Palazzo della cultura e della scienza, un grattacielo sovietico a forma di torta nuziale. Fuori piove più di prima. E in quella piazza non c’è nessun autobus per Cracovia. Una ragazza consulta il cellulare e mi dice che devo andare con la metropolitana fino a Wilanowska. Corro alla fermata sotto la pioggia battente, ripetendo fra me: «Wilanowska, Wilanowska, Wilanowska». E mi maledico: perché ieri non ho fatto qualche ricerca su internet, invece di passare tutto il tempo a scrivere sul blog?

WilanowskaQuando esco dalla metro mi trovo in un altro spiazzo desolato in mezzo ai palazzoni. Sembra un posto di periferia. Al chiosco dei biglietti scopro che tutti i bus per Cracovia sono al completo. C’è posto solo su quello di mezzogiorno. Fra cinque ore. La donna allo sportello non parla inglese, ma ha capito benissimo che vorrei lasciare i bagagli lì e mi risponde con un secco «nie».

Cinque ore di attesa possono essere eterne, soprattutto se hai uno zaino pesante e non sai come ripararti dalla pioggia. Non c’è una tettoia, non c’è una pensilina, niente. Ma stanno così male a Varsavia?

Mi aggiro con lo zaino da un incrocio all’altro cercando un centro commerciale, un bar, un portico in cui rifugiarmi. Mentre cammino sotto il diluvio noto da lontano l’insegna di un parrucchiere. Si chiama Venus, niente meno. Ecco, potrei andare a tagliarmi i capelli. Ne avrei bisogno. Sono diverse settimane che ci penso, ma non ho mai trovato il tempo. Adesso ho tutto il tempo che voglio. Sarebbe un modo intelligente per passare un paio d’ore all’asciutto.

Quando suono il campanello la titolare del negozio, una donna sui sessant’anni, alza appena lo sguardo dalla rivista. Non sembra che abbia l’intenzione di farmi entrare, ma da una porta laterale sbuca una ragazza con i capelli rosa che mi sorride attraverso la vetrina e apre la porta. Dico che vorrei fare taglio e colore, ma non ho prenotato. «Non c’è problema» risponde, e mi fa cenno di posare lo zaino.

Da quel momento in poi è un paradiso. Poltrona, mantellina, musica di sottofondo, tazza di caffè. Fuori continua a piovere, ma che m’importa? La ragazza con i capelli rosa si prende cura di me. Si chiama Kate, insegna taglio e piega alle apprendiste parrucchiere, le piace molto. Le confesso che la scorsa settimana mi sono spuntata i capelli da sola con le forbicine delle unghie. Kate agita l’indice con aria minacciosa verso la mia immagine allo specchio: «Non farlo mai più». A lei piace cambiare colore. Mi dice che ha provato molte tinte – blu, verde, viola -, ma il rosa è praticamente irreversibile. Ce l’ha da un anno, si è stufata ma non riesce a toglierlo. Prendo mentalmente un appunto: «Il rosa mai».

Kate mi fa lo shampoo e aggiusta il taglio con gesti sicuri. Nel frattempo anche la vecchia titolare si è scongelata un po’. Ogni tanto alza gli occhi dalla rivista e mi osserva con aria incuriosita. Quando mi alzo per pagare mi fa persino un sorriso. Kate mi consiglia un bar con wi-fi in cui posso passare le ore che mi restano. La saluto con calore, è già la mia parrucchiera preferita.

LauraCracoviaIl giorno dopo, a Cracovia, un ragazzo spagnolo mi dice che è arrivato con un comodissimo treno da Varsavia che costava poco più del bus. Non ha dovuto sbattersi fino a Wilanowka e non ha aspettato cinque ore, ma io stranamente non lo invidio. Sarà che ho un nuovo taglio di capelli, sarà che ho conosciuto Kate, ma alla fine quella mezza giornata persa a Varsavia ha trovato un suo senso.

In prigione sul Baltico

Patarei01Con le sue torri medievali Tallinn è molto carina, ma arriva il momento in cui ci si stanca dei gruppi di turisti e dei figuranti in costume che affollano la città vecchia. Sulla via principale due ragazze vestite da boia distribuiscono volantini pubblicitari sul Museo degli strumenti di tortura. Sembrano uscite dal cartone animato di Robin Hood. Tutto bello, ma un po’ finto.

Esco dalle mura e scendo in direzione del porto, alla ricerca di posti più solitari e più veri. Nei pressi del mercato del pesce comincia un sentiero che corre lungo il mare. Un cartello indica che è stato aperto da poco, abbattendo cancelli e fortificazioni di cemento armato. Si chiama Beeta Promenaad. È un percorso grezzo, pieno di graffiti e di spuntoni di ferro arrugginito, ma la vista sul porto e sul golfo di Tallinn è stupenda. I visitatori sono invitati a godersi questa passeggiata «costruita con molta cura e amore».

Patarei02Il sentiero passa sotto un arco di pietra sormontato da una torretta e fiancheggiato da una recinzione di filo spinato. Subito dopo ci si ritrova a camminare lungo il muro esterno di una gigantesca fortezza con pesanti sbarre alle finestre. L’edificio è in rovina, ma ancora minacciosamente imponente. Che cosa sarà? Seguo una freccia dipinta su un muro e mi ritrovo in un cortile infestato dalle erbacce. Dentro una baracca di legno una donna sui sessant’anni con un fazzoletto in testa vende i biglietti d’ingresso, 3 euro. Le chiedo che posto è questo. Dice che è la fortezza di Patarei, costruita nel 1828 dallo zar Nicola I di Russia per proteggere la rotta delle navi dirette a San Pietroburgo e usata a partire dal 1919 come prigione. Negli anni dell’occupazione sovietica (1944-1991) era gestita dal Kgb, che vi rinchiudeva gli oppositori politici.

Per entrare devo vincere la mia repulsione per i luoghi degradati. Ci sarà una puzza tremenda, penso, e tanto squallore. Avanti, poche storie! Volevo un posto vero? Eccolo.

Patarei04Le celle al pianterreno sono talmente umide e buie che riesco a malapena a gettarci un’occhiata. Ai piani superiori la situazione non è migliore, perché le finestre piccole e chiuse dalle sbarre non lasciano passare molta luce. Ci sono alcune brandine coperte da materassi luridi. Il pavimento è cosparso di calcinacci. Qua e là si vedono vecchie scarpe spaiate, stracci, scatole marce, fogli di carta. La soglia di una stanza è invasa da un cumulo di telefoni rotti e di macchine da scrivere sfasciate di epoca sovietica. Al fondo del lungo corridoio si apre una sala operatoria con lettini e strumenti sanitari ricoperti di polvere. In ogni angolo ci sono lattine e bottiglie di birra abbandonate di recente. Più che un museo, sembra un posto usato per i rave party. Non è stato né ripulito né ristrutturato, il che contribuisce a rendere ancora più tangibile il senso di desolazione.
Nel cortile ci sono i gabbiotti di cemento in cui i prigionieri trascorrevano l’ora d’aria, una crudeltà dell’epoca staliniana, come la stanza dove gli agenti del Kgb uccidevano le loro vittime con un colpo alla nuca. L’ultima esecuzione è avvenuta nel 1991.Patarei03

Davanti al muro crivellato di colpi, dipinto di marrone per mascherare le macchie di sangue, rifletto sullo sfortunato destino delle Repubbliche baltiche, contese per secoli da vicini più grandi e potenti: gli svedesi, i polacchi, l’impero russo. Nel 1940, a soli vent’anni dalla conquista dell’indipendenza, furono occupate dai sovietici, che uccisero o deportarono in Siberia decine di migliaia di persone, in prevalenza intellettuali e contadini che si opponevano alla collettivizzazione delle terre. Un anno dopo, nel giugno del 1941, arrivarono i nazisti, che sterminarono tutti gli ebrei. Nel 1944 l’Armata rossa riconquistò le tre repubbliche, che furono incorporate nello Stato sovietico. Gli orrori di quegli anni sono raccontati nei musei delle occupazioni di Tallinn e di Riga, e nel Museo delle vittime del genocidio di Vilnius, che ricostruiscono le storie di migliaia di persone uccise dai nazisti e dagli uomini di Stalin.

La fortezza di Patarei sarà presto chiusa perché dentro ci sono troppi pericoli, mi dice la donna che vende i biglietti. In effetti i suoi scalini sconnessi, i pavimenti pieni di buchi e le passerelle di legno marcio contravvengono tutte le norme di sicurezza dell’Unione europea. Se verrà ristrutturata perderà il suo fascino selvaggio e la sua caotica sporcizia, ma è difficile, molto difficile, che diventi un posto «carino».

Gli alberi hanno visto

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Provo un po’ di paura quando l’autista del bus mi indica dove devo scendere: è una fermata nella periferia sud di Riga, a lato di una superstrada fiancheggiata da capannoni, concessionarie di automobili e pompe di benzina. Le macchine sfrecciano di continuo, è difficile attraversare. Dall’altra parte dovrebbe esserci il luogo che cerco, il bosco di Rumbula, dove nell’inverno del 1941 le unità di sterminio dell’esercito tedesco uccisero oltre 25.000 ebrei lettoni. Fu uno dei più grandi eccidi dell’Olocausto. I tedeschi lo portarono a termine in due giorni non consecutivi, il 30 novembre e l’8 dicembre, dopo aver evacuato il ghetto di Riga. L’ordine era stato emanato da Himmler per accelerare la Soluzione finale in Lettonia e far posto nel ghetto agli ebrei deportati dall’Austria e dalla Germania.

Rumbula01L’ingresso del bosco è contrassegnato da una scultura di metallo, un albero che sporge i suoi rami sulla strada. Nessuna insegna, nessun cartello. Qua e là ci sono lapidi commemorative e sassi isolati o disposti a gruppi. È un’oasi di silenzio a poche centinaia di metri dal traffico della superstrada. Il posto è bello, armonioso. Mi viene in mente l’aggettivo ameno. Sembra impossibile che abbia potuto racchiudere tanto orrore.

Sono sola. Cammino fra i pini altissimi dal tronco rossiccio. Con un brivido penso che sono gli stessi di settant’anni fa. Hanno sentito gli spari, hanno visto le persone uccise dentro le fosse comuni. Sono i testimoni muti dell’annientamento degli ebrei lettoni.

Per arrivare qui il bus numero 18 attraversa il quartiere russo, dov’era ubicato il ghetto, e passa da Salaspils, nei pressi della ferrovia, dove sorgeva uno dei campi di concentramento di Riga. Molte case del ghetto sono ancora in piedi, mentre la zona di Salaspils è occupata da casermoni popolari di epoca sovietica. Per arrivare a Rumbula gli ebrei di Riga hanno fatto più o meno lo stesso percorso del bus, però ci sono andati a piedi, in pieno inverno, con i soldati tedeschi che sparavano a chiunque restasse indietro, bambini e anziani compresi. Hanno marciato per dieci chilometri, poi, una volta nel bosco, sono stati costretti a spogliarsi, a mettersi in fila sul bordo delle fosse comuni e a sdraiarsi a faccia in giù, con la sola biancheria addosso, sui cadaveri di quelli che erano appena stati fucilati. Il sistema era stato concepito per accelerare il lavoro: le vittime scendevano nella fossa da sole.

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Per realizzare un massacro di tali proporzioni furono impiegati circa 1700 uomini fra soldati, poliziotti del servizio d’ordine e prigionieri di guerra incaricati di scavare le sei fosse. Com’è possibile che nessuno si sia ribellato?

All’inizio degli anni Novanta lo storico statunitense Christopher Browning ha studiato un battaglione di riservisti della polizia tedesca inviato nel 1942 in Polonia per evacuare i ghetti e sterminare gli ebrei. Erano 500 uomini di mezza età di Amburgo con un lavoro e una famiglia, non militari di carriera, eppure solo 12 di loro cercarono di sottrarsi ai massacri, chiedendo di essere assegnati ad altri ruoli. Tutti gli altri si trasformarono in poco tempo in volenterosi carnefici, e non per paura di eventuali punizioni, ma per spirito di conformismo, per ossequio all’autorità e per non essere considerati «femminucce» dai loro compagni.

images-1Il libro di Browning è stato pubblicato in italiano nel 1995 dall’editore Einaudi con il titolo Uomini comuni. Sono stata io a tradurlo. Mentre ci lavoravo ne ero molto turbata: da quelle pagine emerge con grande chiarezza che ciascuno di noi, in determinate circostanze, può trasformarsi in uno spietato aguzzino. Non possiamo sapere come ci comporteremmo se fossimo messi alla prova.

Uomini comuni è uscito da più di vent’anni, eppure è ancora attuale. Dopo l’ecatombe della Seconda guerra mondiale ci sono stati altri genocidi in varie parti del mondo. Ovunque si trovano persone disposte a massacrare altri esseri umani. Sono andata a Rumbula per rendere omaggio alle vittime uccise in quel luogo e per esprimere la mia gratitudine nei confronti di coloro che usano la loro intelligenza e il loro sapere per ricostruire il passato e aiutarci a conoscere meglio noi stessi. Nel Museo del ghetto di Riga e dell’Olocausto ho trovato le informazioni che mi servivano, riassunte in modo semplice e accurato su grandi tabelloni corredati di cartine. Qualcuno si è preso la briga di fare quel lavoro, e io gliene sono grata.

Oggi i giovani sono incoraggiati a intraprendere studi scientifici e tecnologici. Le discipline umanistiche sono molto disprezzate: la storia, la filosofia, la letteratura e l’arte sono considerate un lusso inutile e un pessimo investimento. Eppure ne abbiamo disperatamente bisogno per comprendere il passato e il presente. Chi avrebbe scritto la storia del massacro di Rumbula se fossimo tutti ingegneri?