Amarcord a Cesana Torinese

LauraMolinoCesana non è lontana da Torino, ma erano anni che non ci andavo. È stata la mia amica Laura a farmici tornare, invitandomi per il weekend nel monolocale che ha affittato per l’estate. E siccome quest’anno viaggio così, a casa degli altri, ci sono andata. Fra l’altro, è stata un’occasione per fare un po’ di amarcord.

Il paese si trova al fondo della Val Susa, ai piedi del monte Chaberton, poco prima del confine con la Francia. Ha circa mille abitanti ed è una località di villeggiatura per sciatori ed escursionisti. Appena fuori dal centro c’è una casa che negli anni Settanta era usata dalle parrocchie e da altre realtà ecclesiali per i campi estivi. È intitolata a Pier Giorgio Frassati (1901-1925), figlio del fondatore de «La Stampa», morto a 24 anni di meningite fulminante e beatificato nel 1990.
s-l225Ho passato lì dentro diverse estati della mia adolescenza. Facevo l’animatrice alle “colonie”, vacanze di dieci giorni per ragazzi e ragazze che arrivavano da quartieri difficili di Torino. C’erano attività a gruppi, partite a calcio nel campetto davanti alla casa e gite in montagna. Un classico era l’escursione al Lago Nero sopra Bousson. La “colonia” era un’esperienza talmente coinvolgente che fra noi animatori nascevano amicizie destinate a durare una vita.

Stavarengo2La prima volta ci ero andata su invito di don Piero Stavarengo, che avevo conosciuto da bambina ai campi estivi dell’Azione Cattolica. Avevo forse quindici anni e mi aveva chiamata perché andassi ad aiutarlo. Era su alla Frassati con cinquanta ragazzini del centro storico, che all’epoca non era un posto da fighetti: era il Bronx, come il quartiere di via Artom e la Falchera. Molti di loro non erano mai stati in montagna. Durante la gita al Lago Nero non volevano saperne di camminare, ed era stata dura, una volta arrivati, convincerli a non tuffarsi nelle acque gelate del lago.

Famiglia

C’è una foto della mia famiglia al completo scattata proprio davanti alla Frassati di Cesana, forse l’anno dopo. C’è il sole forte come accade spesso in montagna e mio fratello Federico, il più piccolo, non riesce a tenere gli occhi aperti. È seduto accanto a mia sorella Chiara, che gli tiene su il mento con la mano. Noi ragazze abbiamo tutte il viso ombreggiato dal caschetto, il taglio di moda in quegli anni. Io, la più grande, sono in piedi fra mio padre e mia madre. È una delle poche foto in cui siamo tutti insieme.

Don Piero l’ho perso di vista qualche anno dopo. So che ha ottantadue anni e non sta bene. I miei genitori non ci sono più. I miei fratelli e sorelle sono grandi e hanno dei figli di età assortite, come noi nella foto. La Frassati è sempre là, uguale a come la ricordavo: un austero parallelepipedo sullo sfondo di un bellissimo scenario di montagna. È diventata una casa per ferie. Passandoci davanti ho rivisto il refettorio attraverso le vetrate, con i tavoli di legno rossiccio e il perlinato alle pareti.

IMG_8979Il sabato ho ripensato al Lago Nero e mi è venuta voglia di tornarci. Laura e altri due amici sono venuti con me, ma abbiamo sbagliato strada. Ci ho riprovato il giorno dopo, da sola. Il sentiero giusto, mi ha detto un villeggiante seduto davanti a una baita ristrutturata, è quello per Capanna Mautino che sale da Bousson fra i boschi di larici e i prati fioriti. Era come se non ci fossi mai passata, non riconoscevo i posti. Ma arrivata al lago, che si stende con le sue acque scure in una prateria circondata dagli speroni delle montagne, mi è tornato in mente come in un flashback il gruppo di ragazzi seduto sulla riva a mangiare il pranzo al sacco d’ordinanza: pane e Simmenthal.

IMG_8974Il monte Chaberton con la sua mole imponente (3131 m) fa emergere un altro amarcord di quegli anni: la scalata notturna con un gruppo di amici e l’arrivo in vetta in tempo per vedere l’alba. Ero così stanca e avevo così freddo che pensavo di morire. Mi aveva salvato un amico offrendomi un tè caldo.

DangerL’amarcord finisce qui. Il freddo e le insidie della montagna rimandano a vicende attualissime che hanno per sfondo questi luoghi. A Bousson, lungo la strada sterrata che porta al lago, un cartello in varie lingue, fra cui l’arabo, illustra con parole e immagini i pericoli che si corrono sui sentieri d’alta quota in inverno: valanghe,  rischio di assideramento e di smarrirsi nella neve. Non è stato messo lì per i villeggianti. Dal 2016 i colli di questa zona sono diventati luoghi di passaggio per i migranti, in gran parte africani, che cercano di raggiungere la Francia attraverso Clavière e il Monginevro. La polizia li bracca e cerca di respingerli alla frontiera. I migranti rischiano la vita nel tentativo di passare in Francia.

anarch_ori_crop_MASTER__0x0In valle diverse realtà cercano di rispondere a questa emergenza umanitaria: dalla Croce Rossa ai giuristi dell’Asgi, dalla prefettura ai Comuni dell’alta valle. A Oulx, in uno spazio messo a disposizione dai salesiani, la fondazione Talità Kum offre pasti, vestiti caldi e un letto a chi arriva di notte, mentre nell’ex casa cantoniera occupata un gruppo di anarchici accoglie i migranti per aiutarli a passare il confine. Il 10 giugno scorso il Tribunale di Torino ha emesso contro i 17 occupanti un divieto di dimora.

Dappertutto si vedono volanti e camionette della polizia, che sono qui per contrastare i No Tav, la cui lotta non si è mai placata, e i migranti. In queste ultime settimane il flusso al confine si è in parte invertito, in seguito alla “sanatoria” inclusa nel Decreto Rilancio del governo. Chi non è riuscito a trovare un lavoro e una collocazione in Francia cerca di tornare, con la speranza di ottenere il permesso di soggiorno, anche se il provvedimento è temporaneo e riguarda soltanto braccianti, colf e badanti in Italia da almeno tre mesi.

Per evitare che la montagna diventi una zona militarizzata Valsusa Oltre Confine promuove una serie di iniziative — bivacchi, escursioni, proiezioni e incontri — sulle problematiche migratorie locali. Il documentario The Milky Way – Nessuno si salva da solo (2020) di Luigi D’Alife, con le animazioni di Emanuele Giacopetti, racconta la solidarietà degli abitanti e i pericoli affrontati dai migranti sulle nevi della Via Lattea, il comprensorio sciistico che riunisce Sestrière, Cesana, Clavière e Monginevro. Il film è uscito poco prima del lockdown e ha avuto finora scarsa diffusione. Per vedere le prossime proiezioni in varie parti d’Italia cliccate qui.

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In Catalunya da Simone

Mio figlio Simone è venuto a prendermi all’aeroporto con una macchina che qualcuno gli ha prestato. Vive in Calalunya dal 2011, e da un anno abita in una casa occupata a Vilanova i la Geltrú, una cittadina lungo la costa a sud di Barcellona.
Non ci vedevamo da Natale del 2018. Quando mi ha raccolta davanti al terminal non sono neanche riuscita ad abbracciarlo, perché lì non ci si poteva fermare. Aveva faticato a trovarmi nel labirinto dei percorsi ridisegnati dall’emergenza sanitaria. Il Terminal 2, dove sarei dovuta atterrare, era chiuso e deserto.
L’ho abbracciato quando siamo arrivati a destinazione, sotto il sole a picco, e lui ha detto, voltandosi verso il cancello: «Vieni a conoscere la mia nuova famiglia». I primi a correrci incontro sono stati i cani. Tutti quelli che abitano lì ne hanno almeno uno.

La casa è una vecchia costruzione rurale in mezzo ai campi di senape inselvatichiti. Sul davanti c’è un giardino con tre gelsi che fanno un’ombra deliziosa. È occupata da una decina di anni, ma i proprietari non l’hanno mai reclamata. Se non ci fosse qualcuno dentro sarebbe già crollata. Chi ci vive la mantiene in piedi con piccole e grandi riparazioni. L’inverno scorso, mi racconta mio figlio, hanno rifatto un pezzo del tetto.

Ci vivono in quattro, senza contare gli ospiti occasionali e i proprietari dei furgoni parcheggiati dietro alla casa. Il primo che incontro è Augustín, un argentino di Buenos Aires. In cucina un austriaco biondo di nome Huge, prepara una teglia di peperoni ripieni. Mi stavano aspettando per pranzare.
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Più avanti lungo la strada sterrata c’è un’altra casa occupata: un villino degli anni Sessanta che appartiene a una banca. Fra qualche giorno i ragazzi che ci abitano dovranno presentarsi davanti a un giudice. La banca la rivuole indietro. Spesso, dopo aver scacciato gli occupanti, le banche fanno sigillare le case e le lasciano andare in rovina.
IMG_8957Nell’attesa di capire che cosa accadrà si continua a vivere alla giornata, con buena onda. Il tempo vola fra i lavori nell’orto, la preparazione dei pasti, le chiacchiere intorno alla tavola con persone che arrivano da ogni parte del mondo e si fermano qui per un po’. È una sorta di comunità dove tutti vivono di lavori saltuari e di ricliclo, un esperimento sociale fondato sulla cooperazione e l’essenzialità. Non c’è acqua corrente: si raccoglie quella della pioggia. Il cibo, i mobili, le biciclette e i vestiti sono di recupero. Non c’è bisogno di fare la spesa. In cucina il cibo non manca mai: pane, frutta, verdura e molti prodotti confezionati provengono dall’invenduto dei supermercati. Ogni giorno qualcuno fa il giro in città con un carretto attaccato alla bici e torna con un carico di banane, limoni, carote, fagiolini, yogurt prossimi alla scadenza e sacchi pieni di pane.
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Ma è la gentilezza che mi incanta: questi ragazzi coperti di piercing e di tatuaggi, tutti con grossi cani al seguito, mi hanno accolta con generosità nel loro mondo. Quando ho detto che avevo passato la notte a lottare con le zanzare, Augustín mi ha dato la sua zanzariera. A lui non serve, mi ha detto. Dorme con il cane.
L’ultima sera ho aiutato Alexandra e Sara a ripulire l’orto dalle erbacce, mentre mio figlio e Augustín cucinavano la cena con ingredienti riciclati. Il menu prevedeva falafel, chapati, hummus, insalata di pomodori e patate fritte. Quando ci siamo seduti a tavola era quasi mezzanotte, nella miglior tradizione iberica. Era l’ultima cena per me, e io ho ringraziato tutti. Sono stata bene qui, in questi cinque giorni. Ho conosciuto il mondo di mio figlio, e mi è piaciuto.

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Quest’anno non vado lontano

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Doveva essere l’anno del Sudafrica e del Mozambico, invece sarà quello dell’Italia e della Spagna. Parto oggi per andare a trovare mio figlio nei pressi di Barcellona, dove vive dal 2011. Non lo vedo da un anno e mezzo. Doveva venire lui a Natale, ma non ce l’ha fatta. Dovevo andare io a Pasqua, ma il coronavirus mi ha preceduta. Finalmente riusciremo a vederci per qualche giorno.
L’Italia me la volevo tenere per quando fossi stata (più) vecchia, non perché non mi piaccia, ma perché è una destinazione più facile rispetto, che so, all’Angola. Diciamo che mi porto avanti con il programma. A metà luglio andrò in Puglia e in Sicilia con un’amica, e infine risalirò da sola verso nord fermandomi sull’Aspromonte, in Calabria, e in altri luoghi non ancora definiti. L’idea è di passare a trovare gli amici, quelli che almeno una volta mi hanno detto: «Vieni da me, ti ospito». Sarà un’occasione per conoscere luoghi mai visti e rivederne altri che ho amato, come il Gargano in Puglia e la zona di Ragusa in Sicilia.
È un’estate strana, segnata dalle restrizioni sanitarie e dalla crisi economica. Non so come andrà, ma anche quest’anno ho voglia di partire. Magari ci incrociamo da qualche parte.

Le disavventure di un’agenda in Tanzania

 

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Sono l’agenda di Laura Salvai, mi sono intromessa in questo blog per fornire ai lettori il mio personale resoconto del viaggio in Africa. O meglio, del non-viaggio. Perché per colpa sua, di Laura Salvai intendo, ho passato due mesi schifosi. Ma andiamo con ordine.

Dal 1° marzo, giorno dell’acquisto del biglietto, aspettavo la partenza con ansia. Le agende degli anni passati mi avevano raccontato avventure straordinarie: sulle Ande, sul Rio delle Amazzoni, nei deserti della Colombia. E io sarei andata in Tanzania e in Malawi, non vedevo l’ora! Erano mesi che mi preparavo, accogliendo sulle mie pagine indirizzi di ostelli, numeri di persone da contattare e codici segreti di bancomat. Mi sentivo indispensabile, custode delle informazioni più importanti. E infatti, al suo arrivo a Dar es Salaam la notte del 2 luglio, Laura Salvai mi ha tirata fuori dallo zaino per dare al tassista l’indirizzo dell’ostello, lo Slow Leopard di Masaki. Poi è scesa e mi ha lasciata lì, sul sedile dell’auto.

Quella stordita! Non erano passate neanche due ore dal suo arrivo in Africa e mi aveva già persa.

Credete forse che se ne sia accorta e sia tornata indietro? Neanche per sogno. Mr Kindale, il tassista, le aveva lasciato il suo numero di telefono sul retro della ricevuta di un parcheggio. Avrebbe potuto chiamarlo, ma quando si è accorta che non c’ero più erano già passati due giorni e si trovava già a Mikumi, 300 km più a ovest. Troppo lontano per tornare a prendermi.

Mr Kindale mi ha ficcata nel cassetto del cruscotto. Ho passato due mesi in quella prigione buia e solitaria, senza vedere niente della Tanzania e senza fare amicizia con nessuno. Non potevo neanche distrarmi ascoltando le conversazioni nel taxi perché non capisco lo swahili. Un paio di volte Mr Kindale mi ha tirata fuori per annotare qualcosa sulle mie pagine: l’indirizzo di una chiamata, dei conti da pagare. Per il resto, solo buio, solitudine e noia.

Intanto quella stordita della mia padrona viaggiava per la Tanzania senza di me, godendosi le savane, gli elefanti, i mercati. Poi è andata in Malawi a passeggiare fra le piantagioni di tè, a fare trekking, a rilassarsi sul lago. E io sempre là dentro, nel cruscotto del taxi, annoiata a morte. Immaginavo che prima o poi Mr Kindale avrebbe aperto il finestrino e mi avrebbe gettata via, come una bottiglietta di plastica vuota. Avrei finito i miei giorni sul ciglio della strada, in mezzo ai rifiuti.

Il 25 di agosto, verso le nove del mattino, l’ho sentito parlare al telefono in inglese. Ho aguzzato le orecchie, l’inglese lo capisco. Diceva: “Sì, ce l’ho ancora. È qui nella mia auto”. Un’ora dopo il taxi si è fermato, una porta si è aperta e una voce ben nota ha esclamato: “Mr Kindale, che piacere rivederla! Come sta? Come ha passato questi due mesi?”. Si sono scambiati un po’ di convenevoli, poi lo sportello del cruscotto si è aperto, la mano di Mr Kindale mi ha presa e si è sporta verso il sedile di dietro, dove un’altra mano si è protesa ad afferrarmi. Ho sentito un grido di gioia. Era quella stordita di Laura Salvai, commossa e felice di rivedermi.

Ora lo so che cosa accadrà: ricopierà sulle mie pagine i nomi dei posti in cui è stata e delle persone che ha conosciuto, come se io l’avessi accompagnata per tutto il tempo. Un falso storico! Tutti devono sapere della mia prigionia, un’ingiustizia che intendo denunciare ad Amnesty International. Laura Salvai deve pagare per la sua sbadataggine.

L’unica mia consolazione è che Mr Kindale le ha fatto un bello scherzetto. Dopo averla accompagnata al porto, l’ha portata da due suoi amici per farle comprare il biglietto per Zanzibar. Lei non finiva più di ringraziarlo, e gli ha dato pure la mancia. Poi, una volta a bordo, si è accorta che quei due le avevano venduto la traversata al doppio del prezzo. Ci è rimasta malissimo, ma ben le sta. Così impara a perdere le cose.

In treno verso Dar es Saalam

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Il mercoledì la stazione ferroviaria di Mbeya, nel sud-ovest della Tanzania, comincia a riempirsi di passeggeri e venditori fin dal mattino. Il treno per Dar es Saalam dovrebbe arrivare fra le due e mezza e le quattro, ma si tratta di orari indicativi, perché i ritardi sono la norma. Tutti aspettano con pazienza nella stazione ingombra di bagagli e fagotti. A parte una decina di turisti, sono tutte persone del posto. Il treno è molto più lento dell’autobus, ma è più economico e sicuro.

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Livingstonia

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L’esploratore, medico e missionario scozzese David Livingstone ha lasciato più di un segno nella topografia del Malawi. Fu lui, nel 1859, a raggiungere la sponda del lago e ad aprire la strada ai coloni scozzesi. La città di Blantyre, nel sud del paese, porta il nome del suo villaggio natale in Scozia.
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Ricominciare in Africa

20190806100939Mark e Silvia avevano deciso di cambiare vita prima dei quarant’anni. Lavoravano a Varese, l’uno in una società di risk advisory e l’altra in una pasticceria, e non si vedevano mai. I loro turni di riposo non coincidevano. Volevano andarsene dall’Italia e trasferirsi da qualche parte in Africa, non sapevano ancora dove. Per cinque anni hanno messo da parte i soldi: niente cinema, niente auto, solo risparmio.
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Sul lago Malawi

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Al mattino presto Senga Bay è tutta in fermento. I pescatori scaricano il pesce dalle barche, circondati dai compratori. Le donne lo versano in grandi secchi, se lo caricano sulla testa e lo portano nella zona dietro al porticciolo, dove viene bollito e poi steso a seccare su lunghi tavolacci di legno. È così che lo si trova in vendita nei mercati: secco e color bronzo. Il più apprezzato è il  chambo, una varietà di tilapia tipica del lago.
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La scuola fra le piantagioni

20190722083652.JPGDopo un viaggio di venti ore da Karonga, è stato emozionante arrivare davanti alla scuola di Nswadzi a Mulanje, un edificio bianco fra il verde delle piantagioni di tè e il rosso della terra. L’ho riconosciuta subito: l’avevo vista tante volte in fotografia. Con i bambini della mia classe, a Torino, avevo avviato una corrispondenza con gli alunni di questa scuola. Ci eravamo scambiati messaggi in inglese e foto. Ora ero lì per conoscere quella realtà dal vivo.
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Trekking sul Mount Mulanje

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La sagoma rocciosa del Mount Mulanje con le sue cime arrotondate che toccano i tremila metri si erge fra il verde smeraldo delle piantagioni di tè nel sud-est del Malawi, quasi al confine con il Mozambico. Non c’è niente da fare qui, se non camminare. Dalle pendici della montagna si dirama una rete di sentieri che portano in alto, fra cascate e foreste, rifugi e praterie d’alta quota.
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