Ai compagni di viaggio

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Di ritorno a Torino dal mio viaggio in Brasile, sento il bisogno di ringraziare tutti coloro che hanno condiviso con me un tratto di strada. Sono stati due mesi bellissimi, di libertà e di scoperta. Ho attraversato città considerate pericolose, ho passeggiato su spiagge magnifiche, mi sono inoltrata nella foresta pluviale, ho fatto trekking nei parchi naturali, ho navigato sul Rio delle Amazzoni. Ho visto le contraddizioni di un paese bello e diseguale, dove i poveri sono poverissimi e i ricchi ricchissimi.

Mi piace viaggiare da sola perché posso andare dove voglio, senza programmi. E anche perché la solitudine mi rende, paradossalmente, più aperta all’incontro con gli altri. È impossibile dare conto qui di tutti coloro che mi hanno regalato qualcosa di sé. Voglio però cimentarmi in un parziale resoconto, per gratitudine e per incoraggiare chi vorrebbe avventurarsi da solo sulle strade del mondo. È bello, ve lo garantisco.

Nell’ostello di Ouro Preto ho conosciuto Yanina, israeliana ventiduenne di origine italo-argentina, che ha girato da sola mezzo Sudamerica. Abbiamo chiacchierato a lungo in spagnolo per le strade di Belo Horizonte, una città brutta in cui entrambe eravamo di passaggio. Yanina lavora come addetta alla sicurezza in una cittadina nel sud di Israele, un lavoro noioso e sedentario con turni lunghissimi. Ha preso un’aspettativa di diversi mesi per viaggiare. Le piace fare trekking, dice che vuole tornare a casa con le gambe doloranti per il tanto camminare. Qualche giorno fa mi ha scritto: “Estoy en Ecuador, me está encantando”.

Nella camerata femminile dell’ostello di Arraial d’Ajuda, nello stato di Bahia, ho incontrato un gruppo di donne brasiliane, quasi tutte di São Paulo, che mi hanno incluso nelle loro conversazioni, anche se io capivo poco e parlavo ancora meno. Maria, una professoressa di matematica del liceo, mi spiegava con pazienza la situazione del paese dopo l’arresto di Lula, e io avevo l’impressione che se avessi passato due settimane con lei avrei imparato il portoghese. Mi ha persino invitata a casa sua: peccato che fosse troppo fuori mano rispetto al mio itinerario.

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A Salvador ho conosciuto Lisa, tedesca di origine italiana, e Denis, francese di origine guineana, entrambi poco più che ventenni. Credevo che fossero una coppia, ma erano solo grandi amici. Con loro sono andata fino alla Chapada Diamantina, un parco naturale nel cuore dello stato di Bahia, con canyon mozzafiato, cascate, grotte, piscine naturali e sentieri nella foresta. Abbiamo condiviso una camera d’ostello a Capão e un trekking di tre giorni nella Vale do Pati. Ci siamo arrampicati su e giù per i sentieri per dieci ore al giorno chiacchierando in francese, inglese e italiano. Nonostante la differenza d’età, ci siamo intesi perfettamente.

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L’incontro con Vinicio, la nostra guida, è stato determinante per apprezzare a fondo la natura e la storia del parco. In un paese dove pochissimi parlano inglese, Vinicio si distingue perché lo parla benissimo. La sera, nei rifugi, ci intratteneva con i suoi racconti. I più divertenti erano quelli relativi all’incontro con la donna che poi ha sposato e gli ha dato due figli (un terzo è in arrivo). Sua moglie lo ha minacciato: se resta incinta per la quarta volta lo molla con i bambini e se ne torna a vivere a São Paulo.

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Durante una gita nei Lençois Maranhenses, nel nord del Brasile, ho incontrato tre ragazzi  bellissimi del Minas Gerais. Uno di loro, Igor Cosso, è un attore del cinema che ha lavorato in diverse telenovelas. Le ragazze lo fermavano per chiedergli l’autografo. Mi ha raccontato che andrà a Los Angeles per proseguire la sua formazione di attore. È stato emozionante ascoltare i suoi progetti e i suoi sogni nel paesaggio meraviglioso dei Lençois, fra le dune di sabbia bianca e le lagune azzurre.

IMG_5880A Belém, nell’Amazzonia brasiliana, ho conosciuto Jacyra, amica di un amico argentino che ci ha messe in contatto via Facebook. È venuta a prendermi all’ostello in un umido pomeriggio equatoriale e mi ha portata in giro: al mercato Ver-o-peso, ai dock, al parco dei fenicotteri, fra le strade magnifiche e decadenti della città che un tempo era la capitale del caucciù. Davanti a un gelato di açai, Jacyra mi ha raccontato del suo marito italiano e della gastronomia che hanno aperto e gestito insieme finché non hanno subito due rapine consecutive, con uomini armati che minacciavano i clienti. È una ragazza sensibile e gentile, piena di talento: ama gli animali, parla benissimo italiano, sa disegnare, ha studiato grafica. Mentre camminavamo per le strade di Belém tessevamo le lodi di InDesign, un programma di impaginazione che piace a entrambe.

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Sulla nave che risaliva il Rio delle Amazzoni ho incontrato Elisabet, una giornalista di Barcellona con grandi doti comunicative: era in Brasile da due settimane e già parlava il portoghese. Aveva fatto amicizia con una coppia di sessantenni di Belém che l’adoravano. I bambini non le davano tregua, volevano tutti giocare con lei.

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Sulla stessa nave c’era una coppia di italiani, Lorena e Lubiano, che hanno girato tutto il mondo. I loro racconti di viaggio sono straordinari: sono andati dappertutto. Entrambi vivono da circa un anno a Rio, dove Lorena lavora per un’impresa di telecomunicazioni. Lubiano è un bravissimo fotografo: racconta storie attraverso le immagini. Con loro e con Elisabet ho passato due giorni nella foresta amazzonica, ospite di una famiglia indigena. Al ritorno a Rio, Lorena e Lubiano mi hanno ospitata a casa loro nel quartiere di Barra, al 18° piano di un grattacielo. Così ho potuto sperimentare come si vive in un “condominio fechado”, un complesso residenziale recintato con entrata sorvegliata. Abbiamo cucinato, camminato lungo la spiaggia e chiacchierato tantissimo: non me ne sarei più andata, tanta è stata la generosità con cui mi hanno accolta.

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A Ilha Grande sono salita sul Pico do Papagaio con Franco Raffaeli, un argentino che lavora come guida sui sentieri dell’isola. L’intero gruppo – due finlandesi, una brasiliana, un’argentina e io – è stato trascinato dal suo entusiasmo: siamo saliti di notte per tre ore, allegramente, al chiarore della luna e della lampada frontale, per vedere il sorgere del sole dalla cima della montagna.

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E poi alla fine del mio viaggio sono andata a Búzios per incontrare una coppia di argentini, Sofia e Julian, che avevo conosciuto a Buenos Aires tre anni fa. Come descriverli? Lui cantautore e musicista, lei cantante, creatrice di amuleti, astrologa, councelor e maga. Fanno concerti in giro per il Brasile e cercano la loro strada nella vita fra musiche e incantesimi. Hanno una bambina di quattro anni, Irupé, che mi ha adottata come compagna di giochi. Ci siamo specializzate nel lancio del millepiedi: vince chi riesce a lanciare sul tavolo un verme di gomma senza farlo cadere. Quando era piccolissima ha stupito tutti perché, mentre era in macchina sulla seggiolina, ha cominciato a cantare fra sé un motivo di sua invenzione che diceva: “Todos los colores podemos usar”. Julian ne ha tratto una canzone di successo e io voglio che diventi il mio mantra per i mesi e gli anni a venire.

Possiamo usare tutti i colori. Veramente.
Facciamolo.

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Nella foresta amazzonica

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Berto non ha fretta. Beve una birra dietro l’altra a qualche passo di distanza mentre aspetta la nostra decisione. Gli abbiamo detto che ci serve un po’ di tempo per consultarci.
Siamo in quattro: una coppia di italiani, una catalana e io, tutti interessati a visitare la Floresta nacional do Tapajós (Flona). Ci siamo conosciuti sul battello che ci ha portati fino a Santarém. Ora siamo a Alter do Chão, dove il fiume Tapajós forma un’ampia ansa prima di sfociare nel Rio delle Amazzoni. Qui l’acqua crea paesaggi maestosi.

L’escursione che Berto ci ha proposto è per domattina: un viaggio di un’ora e mezza su una lancia a motore fino ai villaggi di São Domingos e Jamaraquá, con trekking nella foresta, pernottamento in una capanna e pasti a casa di dona Socorro, sua suocera. Il prezzo è buono, 250 RS tutto compreso (circa 70 euro). Accettiamo.

Per festeggiare l’accordo Berto ci porta in un bar in una via secondaria, lontano dai locali per turisti. Noi quattro gringos paghiamo da bere a turno. Berto riempie i nostri bicchieri, poi chiama un paio di amici e versa da bere pure a loro. Ha l’aria furba di chi sa il fatto suo. Gli manca un incisivo, mi viene il sospetto che l’abbia perso in una rissa. Porta una maglia rossa del Flamengo, le infradito e una collana di denti di coccodrillo.

L’appuntamento per il giorno dopo è alle otto del mattino. So già che sarà puntuale. E infatti eccolo là che accosta per farci salire. Partiamo subito. La lancia salta sulle onde, fra l’azzurro del cielo, il bianco della spiaggia e il verde della foresta. Ci sono alberi fin dentro l’acqua. Acqua dolce di fiume, anche se pare di essere al mare.

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Gli indigeni dei villaggi qui intorno vivevano di pesca e della raccolta del caucciù prima di dedicarsi al turismo. Ora sono loro ad accompagnare i visitatori nella foresta diventata parco nazionale. A São Domingos Berto ci consegna a Peva, la nostra guida per oggi. Sul sentiero che si inoltra nel verde incrociamo un cobra, un bradipo appeso a un ramo, un macaco spaventato che sparisce fra gli alberi. L’aria vibra dei trilli degli uccelli e dei friniti delle cicale.

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La sorpresa più grande sono gli alberi di samaúma, alti più di sessanta metri e così larghi che sembrano pareti di roccia. Ci si sente piccoli e giovani davanti a loro: il più vecchio ha 700 anni.

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La foresta è una farmacia a cielo aperto: ci sono piante per curare la tosse, la diarrea, il raffreddore e l’impotenza. Certe formiche, schiacciate, funzionano come repellente contro le zanzare. E c’è una pianta che le donne usano per abortire.

Ci sono frutti velenosi e frutti buoni da mangiare: banane, manghi e maracujá. E soprattutto l’acai, una bacca viola come un mirtillo che cresce su una palma ed è un alimento importantissimo in Amazzonia. È considerata un dono degli dei. Il cantante Nilson Chaves le ha dedicato una canzone, Sabor acai: “Hai il dono di essere molto, dove molti non hanno nulla”.

Ci sono frutti anche per terra. Peva raccoglie una noce di tucumá, una sorta di cocco in miniatura, e la spacca in due con il machete. Dentro c’è un piccolo verme, bianco come la polpa del frutto. Me lo porge sul palmo della mano: “Assaggialo”.
Obbedisco, sono curiosa.
“Di che cosa sa?” mi chiedono gli altri.
“Di cocco”.
Peva ride: “Questo era solo l’antipasto. Se vuoi pranzare devi uccidere un macaco”.

In realtà il pranzo l’ha preparato dona Socorro, la suocera di Berto, un’indigena sbrigativa sulla cinquantina. Mangiamo pesce di fiume, riso e fagioli. Berto si fa vedere per un attimo, poi scompare con la scusa che lo aspettano per un torneo di calcio. Alle cinque del pomeriggio non è ancora tornato. Aveva promesso di portarci in canoa su una spiaggia vicina per vedere il tramonto. È Bata, suo suocero, che finisce per accompagnarci, anche se vorrebbe andare a pesca.

Berto torna a notte fonda. Ha bevuto troppo, si butta a dormire su un’amaca sotto gli alberi. Ha una moglie e sette figli da qualche parte, non ci ha detto dove.

Il giorno dopo ci accompagna nella foresta con un suo cognato giovane che ci fa da guida. Ci ha detto di metterci le scarpe chiuse per via dei serpenti, ma lui ci viene dietro con le infradito. Camminiamo fino a un torrente di acqua freschissima nel fitto degli alberi. Mentre facciamo il bagno Berto ci intervista, con un bastone come microfono, chiedendoci un parere sulla gita. Si fa riprendere dal cognato con il telefonino, è una sorta di video promozionale. È pieno di risorse, brillante e un po’ canaglia. Sembra uscito da un romanzo di Amado.

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Dopo pranzo dona Socorro si lascia fotografare insieme a Bata, suo marito. Sono sposati da quarant’anni, hanno avuto quattordici figli. Lui è sempre indaffarato: va a pesca, accompagna in giro i turisti, rastrella le foglie cadute dagli alberi per evitare che ci si nascondano i cobra. Racconta che ha sofferto molto da bambino: quando era piccolo suo padre, sempre ubriaco, prese a coltellate sua madre. Lei si salvò e lo lasciò, portandosi via i tre figli. A otto anni Bata andò a lavorare da una famiglia a una decina di chilometri di distanza. Viveva con loro, trasportava a spalle pesanti carichi di banane. “È dura crescere senza un padre” sospira.

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Dona Socorro ascolta in silenzio con la sua faccia impassibile. Prende la parola solo alla fine per dire: “Mio marito non beve”. Lo ripete due volte, con un misto di orgoglio e di stupore, come se, dopo quarant’anni passati insieme, ancora non ci credesse. L’alcolismo maschile qui è molto diffuso.

Bata va a prendere una carriola per portare via le foglie secche. Berto si dondola sull’amaca e giura, ridendo, che il pesce che abbiamo mangiato oggi l’ha pescato lui.

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Sul Rio delle Amazzoni

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Sul ponte della nave, a prua, un uomo apre una lattina di birra e ne versa il contenuto nel fiume come offerta per il buon esito del viaggio. “Che romantico” penso.
Subito dopo l’uomo lancia la lattina vuota in acqua.
Fine del romanticismo.

Sono a bordo dell’Amazon Star, un battello da carico con servizio passeggeri che da Belém risale il Rio Delle Amazzoni fino a Manaus. Sbarcherò a Santarém fra due giorni e mezzo, se tutto va bene. Dormirò sul ponte su un’amaca che ho comprato apposta stamattina, all’ultimo momento perché pensavo che fosse compresa nel biglietto.

È stata dura arrivare fino a qui, nell’estremo nord-ovest del Brasile, ma ci tenevo. Sogno di fare questo viaggio fin da bambina, quando il Rio Delle Amazzoni era solo un serpente azzurro sull’atlante. Passavo le domeniche pomeriggio a immaginare avventure straordinarie in ogni parte del mondo, come un’eroina dei romanzi di Salgari. Ed ecco, il sogno sta diventando realtà. Un marinaio con le braccia tatuate controlla il mio biglietto e mi indica come arrivare al ponte sottocoperta.

Appena varco la porta resto come fulminata: davanti a me si stende una selva inestricabile di amache multicolori, appese per dritto e di traverso, così fitte che non si riesce a passare. Valigie, pacchi e borse occupano quasi tutto lo spazio sul pavimento. L’affollamento è incredibile: persone di tutte le età, famiglie intere, vecchi decrepiti e tantissimi bambini. Sono saliti tutti prima di me, non riesco a trovare uno spazio libero.

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Mi assale un senso di claustrofobia e per un attimo prendo in considerazione l’idea di scendere a terra e di rinunciare al viaggio. Non siamo ancora partiti, i facchini del porto stanno  facendo la spola tra un autocarro e la stiva per caricare un’infinità di sacchi di limoni.

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Mentre vago sul ponte mi si avvicina una donna con una bambina di tre anni in braccio. Abita in un paese prima di Manaus, ha portato la figlia a Belém per una visita. La piccola ha dei problemi di tiroide, deve fare tutto quel viaggio per curarsi: dieci giorni di battello fra andata e ritorno. Se ce la fanno loro posso farcela pure io, gringa viziata che non sono altro.

Trovo un posto per appendere l’amaca sul ponte esterno, davanti al bar. È esposta al vento e alla musica brasiliana diffusa a tutto volume dagli altoparlanti, ma preferisco così. Voglio stare all’aperto.
Il mio vicino d’amaca si chiama Edison, ha una quarantina d’anni e sta andando a Óbidos per prendere servizio come funzionario del tribunale. Ha vinto un concorso pubblico. “Lo stipendio è basso, ma sicuro”. Quando gli dico da dove vengo comincia a parlarmi in italiano. È la prima volta che ha l’occasione di farlo. L’ha studiato da solo su un dizionario. Poco dopo si rivolge a me in inglese con una pronuncia perfetta. Poi in francese. Poi in polacco. Parla una decina di lingue, le ha studiate tutte da autodidatta. Dice che lo fa per divertimento.

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Il tempo scorre lento come il fiume, tutti sono disposti a fare due chiacchiere. Parlo con un’argentina di sessant’anni che viaggia da sola, con un palermitano cresciuto a Buenos Aires che vende braccialetti sulle spiagge del Brasile, con una giornalista di Barcellona, con una coppia di Belém, con un parrucchiere venezuelano che vive a Manaus. Ascolto storie di cercatori d’oro, di serpenti velenosi, di delfini di fiume che sognano di diventare uomini. Edison declama l’incipit della Bibbia in dieci lingue diverse fra lo stupore generale.

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Il fiume a volte è largo come il mare, a volte stretto, orlato di alberi altissimi. Lungo la riva si vedono ogni tanto delle case di legno che sembrano appese all’intrico della foresta. I bambini vengono verso di noi su piccole canoe nella speranza che qualcuno gli lanci un pacco di biscotti, un sacchetto di patatine, una busta di caramelle. Molti passeggeri lo sanno e hanno portato con sé qualcosa. I pacchi volano in acqua dal ponte della barca, avvolti in buste di plastica, ma non bastano mai per tutti.

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Le giornate sono scandite dai pasti mediocri comprati a bordo, dalla puzza dei bagni sovraffollati e dal rumore delle lattine vuote di birra che rotolano sul ponte. Edison continua a stupirci declamando poesie in norvegese o in una lingua di sua invenzione, completa di grammatica, sintassi e verbi irregolari.

Di notte mi corico sull’amaca, avvolta in una coperta, e guardo le stelle. Il battello ha un motore che non funziona, stiamo viaggiando più lenti del previsto. Arriveremo a Santarém con mezza giornata di ritardo, ma che importa? Il mio cuore di bambina esulta: “Sono in Amazzonia, meu Deus!”.

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Come organizzare il viaggio

Diverse compagnie di navigazione coprono la rotta Belém-Santarém-Manaus, con partenze più o meno frequenti a seconda del periodo dell’anno. I biglietti si acquistano al Terminal Hidroviário di Belém. I più economici (200 RS fino a Santarém, solo andata, l’equivalente di circa 60 euro) sono quelli con passaggio ponte. Per dormire occorre portarsi l’amaca (il personale di bordo può prestarne una eventualmente). Ci sono anche cabine private con bagno, che costano fino a 1800 RS (ma contrattando si ottengono sconti notevoli, soprattutto se ci sono molti posti vuoti). Il viaggio fino a Santarém dura 2 giorni e mezzo, 5 giorni fino a Manaus, ma i ritardi sono frequenti. I pasti a bordo non sono compresi nel biglietto. Durante le soste nei vari porti salgono venditori ambulanti da cui si può acquistare cibo. In questi momenti bisogna fare attenzione ai propri bagagli: i ladri approfittano della confusione per far sparire qualcosa.

Dona Raquel e i suoi quattordici figli

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Dopo un giorno intero di cammino nella Vale do Pati si arriva a casa di Dona Raquel, un ostello rustico con letti a castello e acqua gelida nei bagni. Si cena alle sette intorno ai tavoloni coperti di tela cerata. Il cibo è buonissimo: pollo, fagioli, riso, puré di manioca, insalate. Nella valle ci sono una decina di altre case che offrono vitto e alloggio ai visitatori, ma quella di Dona Raquel è la più famosa.

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È lei in persona ad accoglierci all’arrivo: una donna minuta sulla sessantina che ha avuto quattordici figli. “Due sono in cielo, dodici qui sulla terra” dice con leggerezza, come chi ne ha passate tante ma adesso può guardare indietro senza dolore. Alcuni figli vivono a São Paulo, altri hanno aperto un proprio ostello qui nella valle e l’ultima, una ragazza di ventitré anni, studia lettere ed è appena tornata da un soggiorno di sei mesi in Francia. “Vuole andare a vivere là, le è piaciuto molto” dice Dona Raquel con orgoglio. “Mi ha detto che è stata pure a Parigi. Ma Parigi è vicina alla Francia?”.

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A Dona Raquel piace stare alla finestra, la sua finestra azzurra riquadrata di blu, per osservare gli escursionisti in arrivo e fare due chiacchiere con loro. Il turismo ha cambiato in meglio la sua vita. Prima, fino alla metà degli anni Ottanta, fra queste montagne si faceva la fame. Solo dopo il 1985, con la creazione del Parco nazionale di Chapada Diamantina, la situazione è gradualmente migliorata. Le famiglie del posto hanno cominciato a offrire servizi di appoggio agli escursionisti: un posto per piantare la tenda e qualche gabinetto. Poi, in accordo con la direzione del parco, hanno trasformato le loro case in ostelli. Nessuno può fare loro concorrenza perché qui possono vivere solo le famiglie che abitavano in questa valle quando il parco fu istituito. Erano soltanto tre, fra cui la famiglia di Dona Raquel: gli unici nuclei che si erano rifiutati di emigrare dopo la crisi del 1929.

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L’area oggi occupata dal parco della Chapada Diamantina – un vasto territorio con grandi spazi aperti, canyon, altipiani, cascate e piscine naturali – ha attratto nel Settecento cercatori d’oro e di diamanti e nell’Ottocento i coltivatori di caffè. Negli anni Venti del Novecento abitavano in questa zona circa tremila persone. Dopo il crollo di Wall Street nel 1929 l’economia del caffè entrò in una grave crisi. Enormi scorte giacevano invendute nei magazzini. Per far salire i prezzi il governo brasiliano decise di bruciare le scorte e di incentivare i coltivatori di alcune zone ad estirpare le piante e a emigrare verso São Paulo, dove le nascenti industrie e l’agricoltura avevano bisogno di manodopera. Tutte le famiglie della Chapada Diamantina, tranne tre, decisero di andarsene.

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Dona Raquel ha fatto molto per ripopolare la zona: è già nonna di parecchi nipoti. I bambini vivono in una cittadina vicina per poter frequentare la scuola. I genitori pagano una casa e una donna che si prende cura di loro. Vanno a trovarli una volta alla settimana, quando scendono in città con i muli per fare la spesa. Nella zona protetta del parco non ci sono né strade né scuole. Gli ostelli sono aperti tutto l’anno, sette giorni su sette. Ogni giorno bisogna cucinare, cambiare le lenzuola e fare le pulizie. È una vita dura, ma ne vale la pena: si guadagna bene.

Il turismo ha permesso a Dona Raquel di mantenere la sua numerosa famiglia. È separata da molti anni e ce l’ha fatta da sola. È la regina del Pati. Al pomeriggio, quando torniamo dalla gita, ci aspetta con i capelli lavati e un vestito con un disegno di elefanti per fare una foto con noi. “Sono diventata famosa” dice, mostrando una parete piena di fotografie che la ritraggono in compagnia di escursionisti di tutto il mondo”. Lei ha vissuto sempre qui, nella semplicità più totale. “Vieni” mi dice, prendendomi per mano. Mi porta dietro l’ostello, dove c’è una vista bellissima su un torrione roccioso che sembra una fortezza. “Ecco” dice. “Questa è la mia televisione”.

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Salvador da Bahia, la città meticcia

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Sono arrivata a Salvador da Bahia con un misto di curiosità e timore. La città magnifica e terribile dove batte il cuore africano del paese mi si è svelata al mattino presto, in una domenica di sole, con l’immagine del Pelourinho, il centro storico dai colori pastello. Davanti alle chiese e agli edifici barocchi i senzatetto si stavano svegliando, sorvegliati da poliziotti armati. C’era un senso di solitudine, come se mi trovassi in una città-museo, da cui la vita ordinaria era fuggita. Dov’era la città amata ed esaltata da Jorge Amado, la capitale del candomblé e della capoeira, del samba e degli orixá?

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Ci sono voluti un paio di giorni per andare oltre l’immagine patinata del Pelurinho, i suoi edifici rimessi a nuovo, i suoi ristoranti e negozi di souvenir rivolti ai turisti. In alcune zone del centro storico, soprattutto nel quartiere di Santo Antonio, c’è ancora la vita vera: famiglie, bambini che vanno a scuola, case modeste, panetterie, anziani seduti fuori a chiacchierare. Per strada si sente l’odore dell’aglio cotto e si ascoltano musiche e canti provenienti dalle case, dai cortili, dalle auto di passaggio, dalle chiese evangeliche che celebrano i loro culti. C’è tanta musica, dappertutto. E le persone sono di tante sfumature differenti. “Bianco puro, chi?” scrive Amado. “Negro puro a Bahia, dove? Siamo mulatti, per fortuna!”.

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La ricchezza culturale, artistica, spirituale, demografica e culinaria di Bahia proviene da due eventi traumatici: la colonizzazione portoghese e la schiavitù. Gli schiavi africani che arrivavano qui nel Settecento a bordo delle navi negriere erano stati razziati in vari luoghi dell’Africa. Parlavano lingue diverse e adoravano divinità diverse. Al loro arrivo in Brasile dovettero convertirsi al cristianesimo e adottare, almeno formalmente, i suoi riti. Ma le antiche credenze non erano morte: riemergevano in culti sincretici in cui le divinità animiste, gli orixá, convivevano fianco a fianco con la Trinità e i santi cattolici. Gli orixá – come il candomblé, la capoeira, il samba e la cucina tradizionale – sono creazioni afrobrasiliane, il risultato della mescolanza di culture causata dalla schiavitù. È il meticciato, la mescolanza, il tratto caratteristico di Bahia, la fonte inesauribile della sua creatività.

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Salvador è divisa in due: c’è la città alta con il centro storico e la città bassa che ospita le zone commerciali e residenziali. Molti edifici della città bassa accanto al Mercato Modelo sembrano bombardati: vecchi caseggiati senza tetto invasi dai rampicanti, gusci vuoti con le finestre che inquadrano il cielo azzurro. Più lontano, sulle colline verso il santuario del Bomfim, si stendono le favelas dove vive il 33 per cento della popolazione. È una città povera e violenta, con il più alto tasso di omicidi del Brasile.

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Fino a pochi anni fa anche il centro storico era un luogo degradato e pericoloso. Chi vuol farsi un’idea di com’era può guardare le fotografie e i documentari di Miguel Rio Branco, che negli anni Settanta ha abitato al Pelourinho e ne ha immortalato le case fatiscenti, le famiglie povere, le prostitute, la sporcizia, i cani morti per strada, in immagini di grande impatto e verità. Le persone, uomini e donne, hanno una vita segnata dalla miseria e corpi segnati dalle cicatrici, eppure nei loro sguardi si intuisce una grande umanità e capacità di resistenza.
“Ti ho mostrato il buono e il cattivo, il pulito e lo sporco, il fiore e la piaga” scrive Amado “perché tu possa amare Bahia integralmente”.

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(Fotografia di Miguel Rio Branco)

La casa di Amado a Ilhéus

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Questa cittadina sonnolenta sulla costa meridionale dello stato di Bahia è il luogo in cui Jorge Amado, il più grande scrittore brasiliano del Novecento, ha passato l’infanzia e la giovinezza. Era nato nel 1912 nei pressi di Itabuna, trenta chilometri più a ovest, dove suo padre coltivava il cacao.

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Nel 1914, quando una piena del fiume Cachoeira aveva distrutto la piantagione, la famiglia si era trasferita a Ilhéus. Dopo alcuni anni di stenti il padre aveva vinto una somma alla lotteria che gli aveva consentito di costruire il palazzotto dove oggi è ospitata la casa-museo di Jorge Amado.

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Sono venuta fin qui apposta per visitarla. Appena scesa alla stazione degli autobus mi sono avviata a piedi verso il centro. La donna allo sportello delle informazioni mi aveva detto che era vicino, ma forse intendeva in taxi. Dopo un’ora che camminavo sotto il sole non ero ancora arrivata. Mi trovavo in una periferia desolata che sembrava non finire mai. Oltrepassavo case decrepite, mucchi di spazzatura ed ex negozi trasformati in chiese pentecostali. Il centro era un miraggio preannunciato da cartelli marroni. Quando finalmente ci sono arrivata ho scoperto che la casa di Amado era chiusa. Avevo controllato gli orari su internet, ma mi ero dimenticata che era sabato, l’unico giorno in cui chiude di pomeriggio. Ed era pomeriggio.

A Ilhéus non c’è nient’altro da vedere. Sulla piazza principale c’è un ristorante chiamato Gabriela cravo e canela, come il romanzo di Amado qui ambientato all’epoca d’oro del cacao, quando la città era ricca e vivace. Di quegli anni restano pochi edifici nel centro storico e una chiesa che sembra una torta nuziale.

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Erano le tre del pomeriggio, il mio autobus ripartiva alle nove e non avevo niente da fare. Ho mangiato un paio di salgados in un chiosco, poi sono andata sulla spiaggia. Tutti i maschi giovani della città erano lì a giocare a calcio. Le squadre si susseguivano l’una all’altra sulla battigia, separate da linee tracciate sulla sabbia. Le più organizzate avevano pettorali colorati per distinguersi, le altre maglietta e torso nudo. I campi hanno un limite di lunghezza ma non di larghezza. Si va a calciare la palla persino in mare. Era bello vedere la determinazione e l’impegno dei giocatori, tutti a piedi nudi. Nessuna donna in vista oltre me che tentavo di fotografarli.
È stato così che ho riscattato il mio pomeriggio a Ilhéus e tutta la strada che ho fatto per arrivarci.

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A Caraíva dopo il temporale

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Il bus per Caraíva parte alle sette del mattino dal centro di Arraial D’Ajuda, poco oltre il Bar Clandestino. Ha appena smesso di piovere. Per diverse ore un temporale tropicale ha sconquassato le palme rovesciando torrenti d’acqua per le strade. La cittadina si sta svegliando, i commercianti spazzano via il fango e le foglie morte davanti ai negozi.

Il bus è in ritardo di mezz’ora. Forse non passerà. Un uomo accanto a me commenta: “Siamo a Bahia”.  Questa è la terra del candomblé, della cultura afrobrasiliana, delle percussioni e delle danze. Non ci si aspetta che i bus siano in orario. Tendo l’orecchio ogni volta che sento un motore arrancare dietro la curva, ma arrivano solo mezzi che vanno da altre parti. Eppure io ho fede. Dai miei viaggi ho imparato che in Sudamerica i bus passano sempre.

E infatti eccolo che arriva, un vecchio rottame rauco della Aguía Azul, la linea di trasporti locale. L’autista dice che ci vorrà più del previsto. La strada sterrata è in cattive condizioni a causa del temporale. Partiamo. Il bus ballonzola sulle buche, slitta sul fango, dribbla le pozzanghere sulla strada di terra rossa che si inoltra nel verde della foresta pluviale. Lungo il percorso salgono donne e uomini del posto. Nessun turista oltre me. Dove andranno? Non sembrano tipi da spiaggia.

Dopo circa un’ora ci fermiamo davanti al Terravista, un villaggio turistico a cinque stelle con campo da golf. Il bus si svuota. Tutte quelle persone lavorano là, come addetti alle pulizie, camerieri, giardinieri. Una folla di neri e mulatti al servizio dei gringos dei viaggi organizzati.

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Anch’io sono una gringa. Arrivo da un paese ricco, sono qui in vacanza e non parlo il portoghese. Mi arrangio con le parole che imparo via via. Ora per esempio vorrei dire all’autista di farmi scendere alla Praia do Espelho. Visto che il viaggio sta durando un’eternità, preferisco andare fino a Caraíva a piedi. Sono dieci chilometri lungo la spiaggia.

L’autista non è d’accordo. Alza due dita e dice qualcosa che non capisco. Gli chiedo di ripetere più adagio. Dice che non posso andarci sozinha, da sola. Bisogna essere almeno in due.

Quando il bus finalmente arriva a Caraíva sono le undici passate. Ci abbiamo impiegato quasi quattro ore invece che due e mezzo. Il posto è bellissimo. Si prende una barca per attraversare il fiume. Dall’altra parte non ci sono auto, solo carretti trainati dai muli.

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Oltre la zona più vicina al paese, occupata dai bar e dalle bancarelle di cibo, la spiaggia orlata di palme si stende a perdita d’occhio per chilometri, completamente deserta. Nessun essere umano in vista tranne un pescatore con una lenza. Cammino da sola fino alla Lagoa do Satu, un lago di acqua dolce tra la spiaggia e la foresta. Quando torno indietro, tre ore più tardi, il pescatore ha preso quattro pesci.

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L’autista del bus che mi riporta ad Arraial è lo stesso del mattino. Mi chiede se ho fatto la gita lungo la spiaggia. Gli dico di sì, ma ometto di confessargli che ci sono andata sozinha.

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